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A l f C l a u s e n
L'arma segreta dei Simpsons

intervista di Doug Adams

 

Alf Clausen è cresciuto a Jamestown, nel Nord Dakota. Inizialmente ha trascurato il proprio talento musicale, per iscriversi alla facoltà di ingegneria. È stato grazie a un cugino musicista e a un viaggio a New York che ha deciso di dedicarsi completamente alla musica. Dal Nord Dakota si è trasferito a Boston per continuare gli studi di composizione. Ha insegnato per un anno a Berkeley e quindi se ne è andato a Los Angeles per l’immancabile gavetta: bassista, insegnante, arrangiatore e compositore in localacci di Las Vegas. Un’immancabile telefonata fortunata e Alf si è ritrovato a scrivere musica per la serie TV Donny and Marie. Le porte hanno cominciato a schiudersi e Clausen è finalmente approdato ai Simpsons. Matt Groening – l’inventore dei famosissimi cartoni animati – chiama Alf "l’arma segreta" e indubbiamente il suo contributo musicale alla serie è fondamentale. Clausen passa con la stessa nonchalance dal dramma realistico alla commedia sgangherata, dal jazz freddo alle canzonette in stile Broadway, per concludere con le più azzeccate parodie delle colonne sonore del cinema anni Settanta o delle sigle TV da quattro soldi – senza mai perdere il proprio personalissimo tocco, un misto di spontaneità e precisione tecnica. Il lavoro di Clausen dimostra che scrivere musica per la televisione non è un’occupazione marginale e che un compositore intelligente può persino migliorare un cartone animato pressoché perfetto come i Simpsons.

© Doug Adams

Doug Adams
Come è la tua tipica settimana di lavoro?

Alf Clausen
Di solito guardo l’episodio il venerdì pomeriggio. Sabato e domenica il music editor mi prepara una tabella con i tempi e io inizio a scrivere il lunedì mattina, se la puntata ha una durata normale, con circa trenta pezzi da inventare. Se l’episodio è più lungo, inizio a scrivere la domenica sera e lavoro sodo per quattro giorni – fino al giovedì: dalle nove a mezzanotte, tutti i giorni. Quindi vedo un altro episodio il venerdì e inizio a registrare le musiche che ho composto la settimana precedente. In genere registriamo di sera, a partire dal venerdì, dopo le sette. Per registrare trenta pezzi, lavoriamo in studio almeno tre, quattro ore. Ma ogni settimana è diversa dall’altra: se devo registrare anche pezzi vocali e canzoni, c’è più lavoro. Oppure è meno faticoso quando devo solo riarrangiare i miei vecchi pezzi. Comunque, non ci si riposa quasi mai.

Doug Adams
Lavori con un’orchestra di trentacinque elementi, vero?

Alf Clausen
Sì, ho quattro legni, due trombe, due corni francesi, due tromboni, un’arpa, percussioni, due tastiere e un piano. E poi ci sono gli archi: dieci violini, tre viole, tre violoncelli e un contrabbasso. A volte uso due chitarre, a secondo dello stile che mi serve. A questo nucleo fisso si aggiungono vari musicisti che contatto per parti speciali: fisarmonica, organetto o qualsiasi cosa mi serva per un pezzo in particolare.

Doug Adams
Fai un uso molto personale degli archi. In televisione siamo abituati ad ascoltare i violini solo quando serve un’atmosfera sdolcinata. Tu invece li usi con un piglio più aggressivo, alla Herrmannn o persino alla Bartók. In effetti Bartók è il mio compositore preferito e mi hanno sempre affascinato quegli svolazzi più leggeri che riesce a inserire nei passaggi cupi. Tutti apprezzano il lato tetro di Bartók, ma a me interessano quelle piccole arguzie. E soprattutto mi piace il modo in cui sfidano la sezione archi, spingendola dritta nel Ventesimo secolo. Io ho sempre amato Herrmann, Bartók e Stravinsky: è a loro che penso quando scrivo.

Doug Adams
Credi che ci sia una differenza tra buona musica e musica che funziona? Può esserci uno spartito efficace per un precisa situazione, ma che non è necessariamente un pezzo di buona musica?

Alf Clausen
Sì, indubbiamente. Un brano di "buona" musica può essere totalmente inadatto a una colonna sonora, che invece deve essere sempre collegata alle immagini. Ciò non significa che una bella colonna sonora sia un brano di pessima musica. Personalmente cerco di comporre musica che funzioni anche da sola, senza le immagini. Non funziona sempre, ma è un effetto collaterale inevitabile delle colonne sonore.

Doug Adams
Quindi credi che anche della pessima musica possa funzionare in alcune scene?

Alf Clausen
Certo. Se la scena ispira, anzi pretende, della pessima musica, bisogna scrivere male. Indubbiamente. E questo non significa che il compositore sia meno dotato. Un buon compositore deve scrivere la musica che le immagini impongono, anche correndo il rischio di scrivere pessima musica. E quando dico "pessima" non intendo solo uno spartito insipido, fuori corda, ma mi riferisco anche a un esecuzione tremenda. A volte per i Simpsons sono costretto a far suonare delle terribili marcette sgangherate, ma è quello che ci vuole, anche se mi fa venire i brividi se le ascolto da sole, senza immagini.

Doug Adams
Cos'è che rende così speciali i Simpsons?

Alf Clausen
È strano, non sei il primo a chiedermelo. Quando ho incontrato per la prima volta i produttori e gli autori, Matt Groening mi ha detto: «I Simpsons non sono un cartone animato. Sono un dramma, con i personaggi disegnati». Io ho sempre lavorato seguendo questo consiglio. «Pensa sempre a un dramma e vedrai che la tua musica andrà benissimo» mi ha detto. Vedi, i cartoni di solito hanno quell’atmosfera alla Bugs Bunny, tipo Looney Tunes, con un sacco di inseguimenti. Ma i produttori dei Simpsons non volevano che componessi in quel modo. Vogliono che metta in musica le emozioni, ed è un approccio molto originale ai cartoni animati. Io devo guardare le immagini e trovare la giusta emozione, dimenticandomi dei caroselli alla Topolino. Prima l’emozione, poi l’azione. Ecco come lavoro.

Doug Adams
La tua musica non è mai davvero comica, divertente. È così che vedi i Simpsons?

Alf Clausen
Un mio vecchio amico, un direttore d’orchestra, mi diceva sempre: «Non puoi parodiare la parodia». Ed è un consiglio utilissimo se lavori ai Simpsons. I produttori mi hanno sempre detto che non vogliono commenti alle scene, né musiche che siano divertenti in se stesse. Anzi vogliono che le musiche siano serie, vicine alle emozioni, così da coinvolgere davvero gli spettatori: le situazioni devono sembrare vere.

Doug Adams
Quali sono le emozioni che richiedono un accompagnamento musicale?

Alf Clausen
Naturalmente le emozioni sono molto soggettive e gran parte del mio lavoro è basato su una specie di intesa spontanea con i gusti dei produttori. Io devo capire al volo ciò che vogliono, individuare un’emozione e chiedermi se non sottintende un altro sentimento. E spesso litighiamo. Io guardo un episodio e loro mi dicono cosa vogliono e io ribatto: «Però le immagini dicono qualcos’altro. Homer non sta male, anzi mi sembra piuttosto indifferente. Siete sicuri di volere qualcosa che esprima il dolore di Homer?». E allora rivediamo le scene, ridiscutiamo finché non arriviamo a una soluzione. Altre volte compongo pezzi che cozzano contro l’evidenza delle immagini. Ad esempio, scrivo qualcosa per il dolore che sta provando Homer, anche se non si nota nelle immagini; semplicemente perché vogliamo mostrare che qualcosa sta succedendo dentro di lui, anche se non lo dà a vedere.

Doug Adams
E come traduci le emozioni in musica? Ormai siamo abituati a un codice piuttosto scontato, del tipo "dissonanza uguale dolore". Mentre credo sia interessante giocare con questo codice, violare le aspettative.

Alf Clausen
Certo, trovare la giusta emozione, il giusto colore, richiede molto tempo. Devi studiare, è difficile quanto comporre. A volte trovi gli accordi, due o tre, e continui a mescolarli, a ristrutturarli cercando la combinazione che si accompagni a quell’espressione di Homer. Ti ci vogliono due o tre ore a volte per trovare la temperatura giusta, il suono perfetto per una certa emozione. A volte è troppo intenso, altre troppo debole, oppure squillante, o troppo scuro. E nel caso dei Simpsons tutto risulta amplificato. Il dolore è un emozione diversa per ciascuno di noi, ma nel caso dei Simpsons si passa da un’emotività estremamente realistica a reazioni squilibrate. Homer ha una varietà di sentimenti impressionante. È iperreattivo e se ci aggiungi la musica rischi sempre di esagerare, rischi la caricatura. E allora io devo riflettere, studiare il suo dolore, le sue emozioni, capire se sta male davvero o se sta fingendo o esagerando, perché il povero Homer ha un cuore così.

Doug Adams
Hai mai pensato di aver esaurito il tuo repertorio? In fondo lavori a ritmi che sarebbero sconvolgenti per qualsiasi compositore?

Alf Clausen
Sì, a volte è molto difficile mantenere una certa freschezza, a causa dell’enorme mole di lavoro. Scrivo circa trenta pezzi per ciascun episodio: trenta pezzi compressi in ventitré minuti. Quando finisco un episodio, penso sempre «Oddio, ecco ho scritto tutto». Ma cinque secondi dopo ti accorgi di aver dimenticato questo e quest’altro…

Doug Adams
Cerchi di mantenere un equilibrio tra i pezzi tuoi e quelli di altri compositori che citi o parafrasi?

Alf Clausen
In genere cerchiamo di non esagerare con le parodie: meno le usi e più efficaci risultano, quindi sia io sia i produttori selezioniamo molto il materiale da citare.

Doug Adams
Sei tu che scegli quali pezzi parodiare?

Alf Clausen
No, nella maggior parte dei casi la decisione è dei produttori. Gli autori sono davvero grandi, e spesso mi passano i copioni con indicazioni tipo «La musica inizia qui, alla Herrmann». Quindi sono loro a darmi indicazioni per le parodie, anche perché nei Simpsons le citazioni sono delle vere e proprie ricostruzioni digitalizzate dei fotogrammi originali.

Doug Adams
Quali sono le tue parodie preferite?

Alf Clausen
Di sicuro La grande fuga, con Maggie che cerca di scappare dall’asilo con le musiche di Elmer Bernstein. Ho scritto anche una nuova versione dei Predatori dell’arca perduta – le musiche erano di John Williams – per una scena in cui Homer cerca di scappare dal garage prima che si chiuda la porta. Era una scena splendida. Le parodie sono in realtà un lavoro piuttosto duro, perché i pezzi originali sono scritti per grandi orchestre e io devo distillare lo spartito, riportarlo alle dimensioni della mia orchestra. E poi il pubblico deve riconoscere i pezzi, quindi devo avvicinarmi il più possibile al suono originale. Quando lavori a trenta pezzi in meno di cinque giorni, diventa difficilissimo trovare anche il materiale originale – gli spartiti o gli spezzoni dei film che devi parodiare. A volte gli spartiti sono sepolti in qualche vecchio archivio e allora io devo lavorare direttamente sul film originale. I produttori mi passano tre o quattro sequenze e io ho più o meno tre, quattro secondi per guardare le sequenze e cercare di distillare il suono che il pubblico riconosce: e gli spettatori non hanno nessuna educazione musicale, quindi hanno una percezione molto diversa della melodia, dell’armonia, del ritmo… E in un quarto d’ora, venti minuti al massimo, devo riscrivere tutto. Considera che la musica ascoltata da un compositore è molto diversa da quella percepita dal pubblico. Io devo pensare agli spettatori, riscrivere tutta la struttura armonica e melodica in modo che quando senti quei dieci secondi di musica pensi «Cavoli, è la musica di Waterworld».

Doug Adams
Come fai a scrivere qualcosa di rilevante – che non sia solo rumore di fondo – per scene che durano dieci, venti secondi al massimo?

Alf Clausen
Lavorando ai Simpsons, una delle prima cose che ho imparato è stato fare a meno delle introduzioni. Non c’è il tempo per preparare uno scenario, un’atmosfera, perché nei Simpsons tutto è bam bam bam: devi costruire l’atmosfera con poche mosse e poi ritirarti in disparte.

Doug Adams
Ma riesci a tenere un effetto d’insieme nello spartito. O è solo stacco, stacco, stacco?

Alf Clausen
Dipende dagli episodi. In alcune puntate la storia si sviluppa secondo un arco, allontanandosi dal centro – come nell’episodio Cape Fear – e allora posso comporre un pezzo che si snoda per tutti i ventitré minuti. Ma in genere è molto difficile, perché i Simpsons vanno in tutte le direzioni, contemporaneamente. Saltano da uno stile all’altro, continuamente. E allora io scrivo pezzi più lunghi e poi riduciamo tutto alle esigenze delle immagini. È incredibile quanto materiale finisce sul pavimento della sala di montaggio…

Doug Adams
Per concludere vorrei farti una domanda generale. Perché credi che le immagini abbiano bisogno della musica?

Alf Clausen
È piuttosto semplice in realtà: perché la musica veicola emozioni che nessun altro strumento può creare. C’è un vecchio detto, forse un aforisma di Oscar Wilde, che dice: «La musica comincia dove la parola finisce». Ecco a cosa servono le musiche. La parola – scritta o parlata – è molto diretta, e, quando è ben scelta, non lascia spazio all’interpretazione. La musica invece è un mezzo molto esoterico, ma al contempo permette a ciascuno di formulare un’interpretazione personale. Ecco perché una musica può migliorare un’immagine o distruggerla. 

 

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