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  N i k k a C o s t a
Butterfly Rocket
intervista di Nick Bennett

 

Nikka Costa has been the sound track of our childhood: she was just eight years old when we saw her singin on TV, and we were just a couple of years older. At school people often wondered if she was a migit with an amazing voice or just a real sweet kid. Well, now Nikka is 27, she is not a migit and she leaves in Australia where she keeps singing for the most bizarre audiences from down under.

© Trax & Nick Bennett

Nikka Costa a San Remo, più o meno nello stesso anno in cui diceva che le big bubble erano fatte con il grasso dei topi: su di lei a scuola ci si interrogava tutti, ci si chiedeva se fosse o no una nana, come Arnold, il bambino adottato dal signor Drummond. Ecco, per smentire tutti quelli che credevano nel nanismo della piccola e povera Nikka, Trax ha scovato questa intervista di Nick Bennett realizzata a Bondi Beach, dove ora vive e lavora la bambina prodigio più famosa del mondo, a caccia di un nuovo successo che la riporti sulla cresta dell'onda, perché, a quanto pare, il suo ultimo album, Butterfly Rocket, non è poi andato così bene. Nikka oggi ha 27 anni, e cinque album alle spalle.

Nick Bennett
Eccoci qui con Nikka Costa. Il suo ultimo album si intitola Butterfly Rocket. Ciao, Nikka, è un giornata bellissima, vero?

Nikka Costa
Sì, è incredibile.

Arriviamo subito al dunque: la tua è una storia fantastica. Hai registrato il tuo primo disco a un’età praticamente ridicola. Quanti anni avevi? Sette o otto, più o meno?
Otto, sì, otto.

Hai suonato anche con i Police, vero? Avevi più o meno quella stessa età quando hai fatto da gruppo spalla per il concerto dei Police in Cile?
Mmmm

Ti ricordi ancora qualcosa di quel concerto?
Sì, mi ricordo tutto: ho avuto un’infanzia piuttosto surreale, che mi è rimasta perfettamente impressa nella memoria.

La maggior parte della gente non ha mai nemmeno visto i Police, figuriamoci poi suonare con loro.
Sì, lo so, è stato grandissimo anche perché io non sapevo nemmeno chi fossero, non me ne importava niente. Avevo solo otto anni.

E Butterfly Rocket come sarà? È un sound diverso da quello che suonavi per il progetto Stock, Aitken & Waterman?
Be’, quella roba era più che altro pop europeo, hai presente? Butterfly Rocket invece è stato il mio primo vero album: sono canzoni scritte da me e nelle quali ho sempre potuto decidere quasi tutto: chi ci dovesse suonare, come fare le canzoni, a chi far fare la copertina ecc. È un progetto importante.

Come lo descriveresti?
Oddio, è una specie di disco blues, un po’ rozzo, con un suono quasi dal vivo.

Hai lavorato al disco con tuo marito. Come è andata?
Bene, lui è incredibile: ci siamo divertiti un sacco. È stato tutto molto casual. Abbiamo invitato i nostri amici in studio a registrare.

Parlaci un po’ della canzone Master Blaster?
L’ho scritta quando Jacques Chirac aveva cominciato a far saltare in aria l’oceano Pacificio per i suoi test nucleari e tutte quelle storie lì. E pensavo che fosse una cosa molto egoista la sua, mi sentivo in colpa per i pesci e la gente che viveva lì e tutta la situazione insomma. Vedi, mi faceva proprio incacchiare. Volevo parlarne in una canzone.

Quindi ti senti un po’ la portavoce della tua generazione?
No, vedi io nelle mie canzoni parlo delle cose che mi sono successe e se qualcun altro, qualcuno della mia stessa generazione ha avuto le stesse esperienze e si ritrova nelle mie canzoni, bene: figo. Ma non è che voglio diventare una specie di Giovanna d’Arco degli anni Novanta.

Devi aver assistito a una sacco di cambiamenti in questi anni. C’è tutta una nuova guardia di donne che suonano e cantano e hanno successo.
Mmm, credo di sì: possiamo essere ciò che vogliamo, senza doverci rifare all’immagine che i discografici vorrebbero appiopparci. Hai in mente, no? La ragazzina pettoruta tutta carina che canta una canzone pop. Ora finalmente possiamo scendere per strada e cantare con la nostra voce. E venire accettate: che è una cosa giusta. C’è voluto un po’ di tempo però.

Ho letto che ti ispiri molto anche al lavoro di alcuni cantanti come Steve Wonder e Rod Stewart.
Sì, ma non so nemmeno io perché. Mi piace molto anche Aretha Franklin e Etta James. È che quando ero piccola, non ho mai ascoltato le cose da discoteca.

Dopotutto anche Rod Stewart è un po’ femminile anche lui, no?
Be’, sì, forse un po’, soprattutto ultimamente.

Hai portato in tour il tuo disco. C’è ancora qualche posto al mondo dove tu non abbia mai suonato?
Sì, certo [ride]. Una settimana fa abbiamo suonato a Windsor ed è stata una vera e propria classicata: c’era un concorso per il miglior taglio di capelli alternativo, stile punk. È stata una cosa, tipo, davvero spaventosa. Non avevo mai visto niente del genere. Abbiamo suonato in una specie di baita in mezzo al nulla e c’erano tutti questi tipacci con un sacco di brillantini spruzzati sui capelli. Una combinazione tremenda: ma è stato tutto molto divertente.

Nikka, senti mi dispiace ma devo farti un’ultima domanda: ci sono stati un sacco di pettegolezzi su Frank Sinatra, sul fatto che ti avesse fatto da padrino. Insomma spiegaci tu come è andata.
Okay, sì, certo, ci sono stati un po’ di problemi con i media che si sono accaniti su questa storia. Comunque, sì, lo conoscevo quando ero piccola e mio padre lavorava con lui. Tutto qui, davvero. Io non sono stata battezzata, e solo quelli battezzati hanno un padrino. Quindi non è una storia così grave. Sinatra è stato il padrino di tutti: lui è il padrino.

 

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