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La guerra di Pippo Delbono
Conversazione con Oliviero Ponte di Pino
("il manifesto", luglio 1998)

ASTI. In questi anni Pippo Delbono esplora una terra di nessuno, che per certi aspetti è ancora teatro e per altri pare negarlo. La sua esperienza – dall’apprezzatissimo Barboni a La guerra, che debutta il 16 luglio ad "Astiteatro" – sembra affermare che il teatro è troppo importante per abbandonarlo alla finzione e alle sue facili illusioni. Con la sua antiretorica e la sua passione, Pippo Delbono insegue la verità del teatro: può farla esplodere nella bellezza quotidiana di un gesto (che è danza, come insegna Pina Bausch), nell’atto di denuncia o nel grido di rabbia, nell’esposizione della propria diversità, del proprio io. Ecco, i protagonisti dei suoi spettacoli – come per essenza l’attore – sono spesso segnati dalla diversità: Bobò, microcefalo e sordomuto, "liberato" sul palcoscenico dopo decenni di reclusione manicomiale con effetti di struggente deriva poetica, il poliomielitico Armando, che si presenta in scena con le stampelle e la sua anima di uomo libero. C’è un potente effetto-verità in queste presenze, ma anche qualche possibile equivoco.

Sicuramente non mi piace il teatro dei personaggi. Ho bisogno che chi sta in scena sia innanzitutto se stesso. Non perché non sia in grado di fare un personaggio, ma voglio una certa sobrietà e la consapevolezza di quello che sta facendo, una certa lucidità. Per me lo spettacolo è un po’ una conferenza. In questi anni ho fatto diverse conferenze nelle università. Arrivavo lì senza niente, raccontavo delle cose, facevo dei pezzi dei miei spettacoli e riprendevo a raccontare. Questo creava grandi emozioni. Così ho scoperto che per creare emozioni forti non ci vuole un enorme apparato illusionistico. Mi dà fastidio la finzione, che si respira ovunque. Nel teatro, nei ruoli… Non parliamo della televisione! Ma quando vedo la presentatrice tutta azzimata, e a un certo punto mi accorgo che magari ha i tacchi un po’ sporchi, ecco, mi interessa di più quel particolare, oppure lo sfilacciamento della gonna che lei cerca di nascondere. A me piace un teatro che sia tutto lì, che succeda tutto lì, chiaramente con un rischio, perché corre sempre su un filo.

Per La guerra hai coinvolto altre persone, rispetto al cast di Barboni?

C’è Nelson, un signore mezzo americano e mezzo italiano, che ho conosciuto dalle suore di Madre Teresa di Calcutta, a Napoli, quando lavoravo su Barboni. Sembra il personaggio di Paris-Texas, quello totalmente stralunato che vaga per il deserto. All’inizio pareva una figura del tutto anomala, poi ha iniziato a tirar fuori un suo mondo, la sua storia, il suo rapporto con la California, l’ironia, il fatto che conosce quattro lingue. Mi ha molto colpito la sua presenza: tra i numerosi barboni che ho incontrato, è l’unico con cui ho lavorato. Poi c’è un ragazzo down che era stato alunno di mia mamma. Sua madre voleva fargli fare una scuola di teatro, mi chiedeva consigli su dove mandarlo, ha insistito a lungo. Così alla fine le ho detto: "Ma, non so proprio cosa consigliare. A questo punto, che venga con me". È stato un bell’incontro: famiglia ricca, classe sociale opposta a Nelson, molto bene educato. Ora stanno vivendo tutti insieme, in questa carovana, con i loro mondi opposti, chi puzza e chi si lava quattro volte al giorno, chi parte in tournée senza neppure un ricambio e chi ha le mutande firmate Calvin Klein.

Che cosa caratterizza le persone che lavorano con te?

Hanno tutti essenzialmente delle storie di lotta, ognuno a suo modo. Hanno dei rapporti forti e allo stesso tempo ironici con la vita. Siamo un gruppo molto allegro, ci si diverte molto, ognuno di noi porta qualcosa di vitale e molto interessante. Anche se ormai penso che tutte le persone portino qualcosa di vitale e molto interessante. Forse è solo un mio modo di guardare le persone.

Qual è il tuo rapporto di autore e regista, oltre che attore, con i tuoi compagni di scena?

Da una parte c’è il mio personale, e poi quello degli altri, la loro storia. Io faccio sempre la parte di chi è un po’ fuori e un po’ dentro. Il mio monologo iniziale in Barboni è un io che si racconta, ma nello stesso tempo non lo è, perché c’è anche una ricerca linguistica, e un modo di narrare e di costruire un testo che lascia sempre con una sospensione leggera. Chi mi vede si chiede: "Ma è vero o è finge?". Mi piace che rimanga sempre questo dubbio. Alla fine, c’è chi viene a chiedermi: "Ma quel monologo che fai all’inizio, dove l’hai preso? È pubblicato?". È un filo leggero, pericoloso, sul quale amo correre. È questo che dà vita al teatro: io corro sul filo, ma voglio che sul quel filo corra anche il pubblico.

Qual è la chiave per arrivare dall’io alla teatralità?

Non voglio fare teatro-verità… C’è sempre un filtro. In Barboni il pezzo che faccio con Bobò è Beckett. A me piace quell’incontro, non tanto portare in scena direttamente l’io… Ma certe volte c’è bisogno di tirar fuori una specie di confessione, chiaramente nella teatralità, non certo per cercare il compatimento… Voglio comunicare, riuscire a trovare la poesia in cose estremamente semplici. L’eccesso di mediazione mi dà fastidio. È la poesia secondo me che salva…

Barboni era costruito per numeri, per frammenti. La guerra riprende questa struttura?

A me interessa l’individuo. Fino a oggi non avevo mai voluto bruciare una persona per una coreografia, per un momento corale. La struttura a numeri è la conseguenza del fatto che a ogni persona viene stato lasciato il suo spazio, perché ha qualcosa da raccontare. Ma chi ha visto le anteprime della Guerra a Castiglioncello mi ha detto che ci sono dei momenti corali molto intensi.

Perché un titolo come La guerra?

Come sempre, all’inizio è stata una scelta un po’ casuale, anche se poi questo titolo per me ha un senso. Quando faccio uno spettacolo, è perché ho una domanda. Per me fare uno spettacolo non significa avere una chiarezza, ma un momento d’inquietudine. Lo spettacolo è l’effetto di quest’inquietudine, che non sai bene che cos’è. Un titolo come La guerra riassume un po’ tutto quello che stiamo vivendo. Per cominciare, la nostra vita è stata una lotta tra tutti questi stati vitali.

Che cosa intendi per "stati vitali"?
 

Mi viene in mente un concetto buddista: portiamo in noi tutti i mondi, l’inferno e la buddhità, e poi bisogna vedere quello che tiriamo fuori. E naturalmente ci sono le guerre reali, quelle che abbiamo sempre vicino, che respiriamo.

C’è anche una presa di posizione personale?

Viene sempre da filtrare attraverso la propria esperienza. "Perché la gente nel mondo si sta uccidendo?". Vista la mia vicenda personale – anche se adesso sto bene e sono anche molto felice – è una domanda che mi tocca nel profondo. Dopo aver lottato tanto per continuare a vivere, dopo essermi aggrappato per anni alla vita, dopo che mi è sembrato di morire e avevo perso tutte le speranze, dopo che ho ricominciato ad amarmi e ad amare tutta la vita, comprese le piccole cose, vedo tutte queste guerre e la gente che si distrugge. La mia non è certo una grande ispirazione sociale, ma forse sono più sincero di chi ripete che la guerra è una cosa brutta e che bisogna essere buoni. Vedo retorica ovunque, e invece bisogna che le cose che diciamo ci attraversino davvero. Faccio le mie considerazioni su questa mia lotta e sulla gente che si distrugge, e mi sembra quasi di essere io a provocare questa guerra, in questo spettacolo, e forse divento il tramite di qualcosa più grande di me. Non è poi così importante, la mia vita.


 
 
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