(113) 18/11/2007
Emergenza!
BP04 a Milano

Tutto quello che vorreste sapere sulle Buone Pratiche (e non avete mai osato chiedere)
L'editoriale di ateatro 113
di Redazione ateatro

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and1
 
L'Alfabeto Birmano di Stefano Massini
in esclusiva per ateatro
di Stefano Massini © - ottobre 2007 S.I.A.E. – Tutti i diritti riservati

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and2
 
Una breve nota sull’attualità dei classici
La trilogia della villeggiatura di Carlo Goldoni, regia di Toni Servillo e Tre sorelle di Anton Cechov, regia di Massimo Castri
di Oliviero Ponte di Pino

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and5
 
Salviamo il Vascello
Una conversazione con Giancarlo Nanni
di Redazione ateatro

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and7
 
Cultania-Multimedialità e Teatro: un festival lungo un anno
A Catania dal 2 dicembre 2006 al 29 ottobre 2007
di Anna Maria Monteverdi

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and9
 
Cultura, teatro e spettacolo: materia da antitrust?
L'incontro al Teatro Eliseo di Roma del 6 novembre
di Anna Rosa Maselli – Osservatorio dello Spettacolo presso il Mibac

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and11
 
Tre giorni a Volterra per la charta dei rifugiati
L'incontro-convegno organizzato dallo hidden theatre
di Elena Cerasetti

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and14
 
Il 1939 dei Sacchi di Sabbia
Cinque ipotesi di scena di Giovanni Guerrieri
di Andrea Lanini

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and16
 
Quando Paul Klee incontra Robert Walser
Zeugen di Georges Aperghis
di Fernando Marchiori

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and33
 
Un nuovo spazio virtuale per la documentazione e la sperimentazione teatrale
e-theatre.net da un’idea di Simone Carella e Ulisse Benedetti
di Andrea Balzola

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and42
 
PostModerno (bonus track annisettanta)
da “il Patalogo 5/6”, Ubulibri, Milano, 1983, pp. 166-169
di Oliviero Ponte di Pino

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and50
 
Il nuovo disco e il nuovo spettacolo di Giangilberto Monti (con l'involontario debutto di Oliviero Ponte di Pino nel rutilante mondo della musica)
Renato Curcio e Mara Cagol ovvero Un po' dopo il piombo
di Fortalamo

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and80
 
Arriva "HYSTRIO" numero 4 • ottobre - dicembre 2007
Il sommario
di Hystrio

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and82
 
arti meridiane lab le tre università della Calabria in rete per il teatro
La programmazione 2007
di Ufficio Stampa

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and84
 


Il teatro degli anni Settanta nella mostra della Triennale

Dal 27 ottobre a Milano la grande kermesse dedicata al decennio lungo del secolo breve
di Triennale

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and85
 
Grido di Pippo Delbono in DVD
Una autobiografica dichiarazione di poetica
di Dolmen Home Video

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and86
 

I Racconti del Mandala tecnospettacolo con Francesca Della Monica

In anteprima a Imperia e alla Spezia
di amm

http://www.trax.it/olivieropdp/ateatro113.htm#113and87
 

 

Tutto quello che vorreste sapere sulle Buone Pratiche (e non avete mai osato chiedere)
L'editoriale di ateatro 113
di Redazione ateatro

 

La macchina delle Buone Pratiche 04 avanza ormai con potenza inesorabile, malgrado le forze esigue.
E con un successo sorprendente, come scoprirete andando a curiosare nel programma dell'incontro e nell’elenco degli iscritti.
Per cominciare, ricordiamo il giorno 1° dicembre.
E il luogo Milano, Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi, via Salasco 4 20136 Milano, che ringraziamo per l’ospitalità.
Come sapete, il tema è Emergenza.
Per leggere il documento di convocazione e per capire meglio di che cosa parleremo cliccate qui.
Il Programma viene aggiornato in tempo reale nel Forum di ateatro, dove trovate pure l’elenco di chi ci ha già detto che verrà (che aspettate? se non vi siete ancora iscritti, fatelo al più presto scrivendo a info@ateatro.it).

La partecipazione all'incontro è aperta a tutti, belli e brutti (ma siete tutti bellissimi).
Chiederemo un minimo rimborso spese per i materiali e le spese di segreteria, ma non ci sono quote di iscrizione (per la serie: ma chi ce lo fa fare?).
Nella sezione del forum che abbiamo dedicato a BP04 Emergenza! trovate già alcune delle Buone Pratiche che verranno presentate a Milano.
Anche in questo caso, inseriremo altro materiale in tempo reale (e se avete qualche Buona Pratica da regalarci, lo spazio è a disposizione).
Insomma, se volete saperne di più gironzolate su BP04 Emergenza!.

Per il resto, in questo ateatro 113 trovate altre ghiottonerie, tra cui:
# l'alfabeto birmano di Stefano Massini;
# la chiave d'accesso al minisito dedicato ai Labirinti del teatro per la mostra annisettanta (alla Triennale di Milano); e nel minisito c'è anche un nuovo gioco, a cui potete (DOVETE!!!) partecipare...
# il diario da Volterra di Elena Cerasetti;
# il dibattito sull'antitrust teatrale.

Ma perché continuiamo a scrivere? Tanto ci vediamo tutti tra poco a Milano perBP04!!!


 


 

L'Alfabeto Birmano di Stefano Massini
in esclusiva per ateatro
di Stefano Massini © - ottobre 2007 S.I.A.E. – Tutti i diritti riservati

 

ABCDEFGHI

Alfabeto
Birmano
Che
Diplomatici
E
Forze
Governative
Hanno
Ignorato


A
A come Anticamente.
Anticamente la Birmania era un Impero.
Un impero potente.
Durò per secoli.
Invincibile. Temuto. Onorato.

A come Anawratha, il Grande Re.
La sua fama andava oltre i confini.
E molti Stati che oggi circondano la Birmania
erano sotto il suo potere:
Cambogia, Thailandia,
Vietnam, Malesia…
Mentre qui in Italia finiva il Medioevo,
secoli prima di Dante e San Francesco,
re Anawratha fondava il Primo Impero dei Birmani…

A come Avà, l’antica capitale.
Avà era una città d’oro.
Significa “La città delle gemme”.
Avà, la casa dei Re.
Costruita su un’isola, in mezzo alla foce di due fiumi.

A come Ananda.
Ananda è il Tempio dell’altra capitale.
Qui le città hanno nomi da favola.
La più antica si chiamava Bagan.
Aveva templi, cupole, colonne.
E una magnifica strada pavimentata in pietra
costruita più di 1100 anni fa,
la chiamano “lo splendore di Bagan”…
A come “Anzi: la chiamavano”:
perché in queste ore la stanno demolendo
per costruirci sopra un campo da golf.

B
B come Barili.
Barili di petrolio.
Perché la Birmania – ebbene sì – ha petrolio da vendere.
Produzione record, alta posizione in classifica:
50 milioni di barili estratti in un anno.
Riserve di petrolio stimate in miliardi di barili.
La Birmania ha pozzi di petrolio a perdita d’occhio.
Fra i pozzi di Syriam e di Rangoon scorrono tubature di 400 km.
400 km: una via di petrolio lunga 400 km.
Esporta petrolio in Cina.
Esporta petrolio in India.
Esporta petrolio in Russia.
Petrolio, altrimenti detto “oro nero”.
La Birmania ci sguazza.
B come “Bene: la Birmania è un paese ricco”.

C
C come condotte.
Condotte di gas.
Perché la Birmania – ebbene sì – ha gas da vendere.
Produzione record, alta posizione in classifica:
510 miliardi di metri cubi.
Gasdotti corrono in Birmania a perdita d’occhio.
Centinaia di chilometri di tubature fra l’interno e il Golfo di Martaban.
Esporta gas in Cina.
Esporta gas in Giappone.
Ma non solo gas: anche piombo, zinco, stagno.
C come “Complimenti: la Birmania è un paese ricco”.

D
D come Delta.
Delta del fiume Irrawaddy dove abbonda il riso.
Perché la Birmania – ebbene sì – ha riso da vendere.
Produzione record, alta posizione in classifica:
22 milioni di tonnellate di riso ogni dodici mesi.
Migliaia di container smerciano riso birmano in mezzo mondo.
Esportano riso in Russia.
Esportano riso in Europa
Esportano riso negli Stati Uniti.
Ma non solo riso: anche grano, patate, legumi, canna da zucchero.
D come “Dunque: la Birmania è un paese ricco”.

E
E come estrazioni.
Estrazioni di pietre preziose.
Perché la Birmania – ebbene sì – ne ha in quantità stratosferica.
Produzione record, alta posizione in classifica:
23 milioni di dollari l’anno sul mercato dei gioielli.
Miniere e scavi, su montagne e lungo i fiumi.
Rubini. Zaffiri. Lapislazzuli. Brillanti.
La qualità dei brillanti birmani è definita “prioritaria”.
Li esportano in tutto il mondo.
Ma non solo: anche legno pregiato come teck, bambù, pinkado.
Abbonda il caucciù.
La pesca è florida.
La carne si esporta.
Industrie di cemento.
Industrie di metalli.
E come “Evidentemente la Birmania è un paese ricco”.
E come “Evviva: la Birmania è un paese ricco”.
E come “E infatti:
La Central Bank birmana tratta con i titoli internazionali.
Nel cuore della capitale ha aperto una Borsa Valori.
Lo Stato birmano si apre alle Società Straniere per appalti milionari.
E come “Entrano in Birmania le Multinazionali”.
E come “Ecco un paese che commercia con il mondo”.
E come “Economia del III millennio”
E come “Eppure c’è qualcosa che non torna”.

F
F come “Figuriamoci se un paese così ricco può star male”.

F come “Fatto imprevisto”
Perché la Birmania – ebbene sì – è uno dei posti più poveri al mondo.
Piazzamento record, posizione alta in classifica per:
miseria diffusa, malnutrizione, sfruttamento, schiavitù.

F come “Fornire i dati”:
36% della popolazione sotto la soglia di povertà
(vuol dire che guadagnano meno di 1 euro al giorno)
Speranza massima di vita: 55 anni.
Mortalità infantile: 1 bambino su 3.
Numero telefoni: 7 ogni 1000 abitanti.
Numero computer: 5 ogni 1000 abitanti.

F come ferrovie: binari interrotti da decenni.
F come fondo stradale: l’80% senza asfalto.
F come fogne: inesistenti.
F come fiume: che è l’unica autostrada.
F come fattore di sviluppo: in crollo verticale da 45 anni.

F come fame: la Birmania batte il Niger.
E non di poco: di 3 punti.

F come “Fatemi capire: come è possibile?”

G
G come giungla.
Al confine fra Birmania e Thailandia.
E’ qui dentro, fra gli alberi, che hanno messo i campi profughi.
Perché in Birmania c’è pure un altro record: pulizia etnica.
Torture. Stupri. Retate.
6 gruppi etnici. Assortiti.
Fra loro guerra.

G come guerriglia.
G come G3 mitra tedeschi avuti chissà come.
G come God's Children Army, Esercito dei bambini di Dio.
Un esercito di bambini, etnia Karen.
Bambini che girano per la giungla armati di G3.
Età compresa fra i 10 e i 16 anni.
Perché la Birmania ha il record di bambini soldato.
G come “Giocano alla guerra”.

G come “Generalmente nei paesi poveri c’è sempre guerra”.
G come “Guarda caso”.
G come “Governi occidentali, cosa fate per aiutare i birmani contro i militari?”
G come “Gli facciamo l’embargo da 20 anni: blocchiamo gli scambi, gli aiuti e i medicinali”
G come “Geniali”.

H
H come HIV.
Indice di contagio altissimo: AIDS alle stelle.
Prostituzione minorile molto diffusa.
90.000 morti l’anno per tubercolosi
100.000 morti l’anno per malaria
Migliaia le morti per lebbra, vaiolo, tetano.
Non quantificabili le morti per epatite.
Non quantificabili le morti per parassiti.
Non quantificabili le morti per malnutrizione.
Solo nel 2007 i morti per epidemia sono oltre 6000.

H come Himalaya.
Il cui versante sta nel nord della Birmania.
E’ il cosiddetto Triangolo d’Oro.
Capitale mondiale del traffico di droga.
Record mondiale di esportazione di eroina ed oppio.
Ma non solo: il 10% del traffico d’armi passa da qui.
Droga e mitra.
H come “Hanno solo questo per vivere”

H come “Ho una domanda: ma se il paese è ricco… com’è che è povero?”

I
I come Intuizione in tre punti:
Se un paese ha petrolio, gas e tutto il resto, è pure giusto che li venda.
Se li vende guadagna milioni.
Se quei milioni non vanno alla gente, allora andranno di certo a qualcun altro.

I come Interessi.
Evidentemente c’è qualcuno che quei milioni li spende.

I come “Insisto: chi è questo qualcuno in Birmania?”
I come “Inizia a fare due più due”
I come “Interrottamente chi comanda in Birmania da 45 anni?”
I come “I generali”…

I come “infatti”.

L
L come “Le forze armate”.
Perché la Birmania – ebbene sì – ha un esercito superlativo.
L come “lo chiamano Tatmadaw”
Piazzamento record, posizione alta in classifica:
L come “Leader fra le Nazioni per numero di militari”:
500.000 arruolati effettivi
Fra i primi dieci al mondo.
Fanteria, marina, aeronautica
126 carri armati
65 motovedette,
121 caccia-bombardieri
Spese militari record: 200 milioni di dollari l’anno.
Più della Turchia.
Più del Pakistan.
Più del Canada.

L come “Lo vedi? Da qualche parte i soldi vanno”.
L come “Logicamente”
L come “Le ricchezze ai militari, la miseria ai civili”.

M
M come Monaci,
Gli unici che i generali temono.
Sono venerati in tutta la Birmania.
Autorità da sempre.
Pacifici da sempre.
Inoffensivi. Poveri.
M come mendicare.
Che per i monaci è un dovere.
Niente hanno. Niente possiedono.
Chiedono in giro.
Davanti ai monasteri.

M come Macellaio.
Così era chiamato il Primo Ministro.
Soe Win, prima di Thein Sein.
Che come tutto il Governo è pure un Generale.
Un generale al Ministero degli Interni.
Un generale agli Esteri, ai Trasporti, al Tesoro…
Capo di tutti è il Macellaio di Depayin.
Cosiddetto.
Per aver fatto saltare in aria col tritolo
tutto lo staff dell’opposizione.
In decenni di Governo ripulisce tutte le erbacce.
Non con le forbici. Col decespugliatore.
M come Massacri.
M come Minoranze etniche.
M come Minoranze religiose.
Cristiani, Musulmani. Non resta traccia.
M come Metodi Militari.

M come “Ma nessuno qui da noi ha detto niente?”
M come “Mi risulta di no”
M come Mai.

N
N come “Nuova città dello Stato”.
N come “Nome strano: Naypyidaw”.
Che poi vuol dire “La Sede dei re”.
E’ stata nominata Capitale.
Al posto di Rangoon.

Rangoon ha 5 milioni di abitanti.
Naypyidaw ne ha centomila.
Meno di Aosta. Meno di Rieti. Meno di Oristano.
Tale e quale a Isernia.
N come “Non capisco: perché spostare la capitale da Roma a Isernia?”
N come “Nessuno l’ha capito”
N come “Nulla di più lussuoso che costruirsi una città da zero”
N come “Nove miliardi di dollari: tanto la Birmania è un paese ricco”

Il Governo ci si è trasferito due anni fa.
11 novembre.
11 del mattino.
11 convogli di blindati.
11 squadre di autotreni
11 ministeri
N come numero 11.
Perché il Generale Capo crede alle stelle.
E il suo astrologo personale gli ha detto che l’undici porta fortuna.
N come “Non ci credo”.
N come “No, purtroppo è vero.”

N come Nobel.
Aung San Suu Kyi, la donna Premio Nobel per la Pace.
E’ la voce dei democratici in Birmania.
Capo dell’opposizione ai militari.
N come “Nessuno sa esattamente dove sia”
Di certo agli arresti.
Forse in carcere. O in caserma.
N come “Non vinse lei le elezioni politiche?”
N come “Naturalmente: infatti è agli arresti da quella sera”
N come “Nessuno dell’Occidente ha detto nulla?”
N come “Non si fa: non si guarda in casa d’altri”.

O
O come Otto.
Otto-Otto-Otto-Otto.
Cioè Otto Agosto Ottantotto.
Per i birmani una data storica.
Insurrezione democratica.
La gente scende in piazza: monaci, studenti.
Chiedono la fine del Governo Militare.
Sono in migliaia.
Protesta pacifica. Ma pur sempre protesta.

O come “ottima soluzione del problema”:
i militari si schierano davanti a un ponte
e quando il corteo avanza
aprono i mitragliatori.
Tremila morti in sei minuti.
Volano di giù dal ponte.
O come ottovolante.
O come operazione conclusa.

O come Occidente: muto.
“Fate pure. Ammazzatevi pure. Chi se ne frega”.
O come “Ognuno i cazzi suoi”.

P
P come Pace e Sviluppo.
P come “proprio così: Comitato per la Pace e lo Sviluppo”
Il Governo Militare si chiama così.
E ‘ il suo nome da 17 anni.
Sta sul simbolo nelle divise: “Pace e Sviluppo”
Sta sui carri-armati: “Pace e Sviluppo”
E sulle autoblindo quando deportano la gente: “Pace e Sviluppo”
P come “prima si chiamava in un altro modo”
Cioè Comitato Per la Legge e la Sicurezza di Tutti.

P come “Potrei sapere chi glieli suggerisce questi nomi?”
P come “Pubblicitari”.
P come “Prego? Non ho capito.”
P come “Per migliorare la propria immagine
la Giunta Militare della Birmania
si è rivolta nel 1997 a un’agenzia pubblicitaria americana.
L’incarico è pubblico: sta scritto su internet.
Consulenza di milioni ma ne vale la pena.”
P come “Perché no? Tanto la Birmania è un paese ricco.”

P come “Però… non è che a forza di spendere i soldi finiscono?”
P come “Potrebbe essere! In questo caso i militari smetterebbero di spendere”
P come “Piuttosto raddoppiano le tasse”

Q
Q come “Quintuplicate le tasse”
Nell’ultimo anno in Birmania la benzina è aumentata.
Non di poco: di molto.
Q come “Quanto mai potrà essere?”
Del 535%.
Triplicate le tasse sul pane.
Quadruplicate le tasse sull’acqua potabile.
Chi non paga è arrestato.
Sequestrano la casa.
Sequestrano il carretto.
Ti portano via i figli e se li vuoi devi pagare.
Q come “Quando è troppo è troppo”
Q come “Quindi scoppia la rivolta”
Q come “Questo sta accadendo adesso”.

R
R come rivolta pacifica.
Migliaia di monaci protestano in piazza.
Come l’otto otto dell’ottantotto.
Sfilano per strada contro i Generali.
Prima mille.
Poi diecimila.
Alla fine trecentomila in tutto.

R come reparti dell’esercito.
Si schierano lungo una piazza.
Come l’otto otto dell’ottantotto.
Bastoni. Lacrimogeni.
Sparano ad altezza d’uomo.

R come rosso.
Il colore delle tonache, per strada.
Il colore del sangue, per strada.

R come repressione.
Coprifuoco.
Morti. Feriti.
Centinaia di arresti.

R come retate.
R come Ripuliti i monasteri.
R come Rase al suolo due pagode.

S
S come silenzio stampa.
I militari cacciano gli esterni.
Per i giornalisti vietato raccontare.
Un giapponese ci prova e gli salta il cranio.

S come “Strade deserte”.
Città in assedio.
Monasteri sbarrati.
Proibito muoversi. Proibito respirare.
Proibito uscire. Proibito parlare.

S come “Stati Uniti e l’Europa che fanno?”
S come “Stanno a guardare perché Cina e Russia non vogliono intervenire”.
S come “Scusa: per quale ragione?”
S come “Sono loro che fanno affari coi militari”.

T
T come The New Light of Myanmar.
Che sarebbe il giornale dei militari.
T come “testualmente ecco cosa scrive”:
“tutti sanno che i traditori nazionali faranno una fine tragica
e le menti distruttive verranno spazzate via come palline di canfora”

T come “telegiornali di regime”
in cui il Generale Capo
si fa vedere mentre regala ai monaci buddisti dentifricio e caramelle.
Abbraccia un vecchio monaco.
Rende omaggio a una pagoda.
Poi guarda la telecamera e dice:
“i traditori della Birmania mi accusano di ucciderli mentre io li onoro”

T come “trasmissioni proibite”
mostrano pestaggi di monaci
e saccheggi di monasteri,
tonache bruciate e statue a pezzi.

T come “Tutto il resto del mondo che fa?”
T come “Tanto dura poco: prima o poi finirà”.

U
U come “una manifestazione si è tenuta anche a sostegno dei Militari”
Qualche migliaio di birmani
scende in piazza per marciare.
Gridano frasi contro i monasteri.
Sciolgono bandiere.
“Pace e sviluppo”, simbolo dei militari.

U come “Unione per la Patria”.
Questo è il loro nome.

U come “un dollaro a testa li hanno pagati”.
Corteo a pagamento,
ma l’effetto è eccezionale.
Da tre giorni infatti sta su tutti i canali.
Ventiquattr’ore, senza interruzione.
V
V come vittime.
Secondo il Governo non più di dieci.
Ma c’è una nave che al porto carica container
e li scarica al largo, nel Mar delle Andamane.
Sarebbero corpi. Cadaveri. Bruciati.
Decine. Centinaia.
Forse migliaia.
Come l’otto otto dell’ottantotto.
V come verità, che non è dato sapere.

Z
Z come zona d’ombra.
Zona di buio.
6000 dispersi che mancano ancora.

Z come zafferano,
che qui è un colore sacro.
colore dei templi.
Dei vestiti pregiati.
Dei costumi sacri.
Ora bruciati.

Z come zattere,
galleggianti sul fiume Irrawaddy
piene di gente che scappa per sempre

Z come zero, che è quel che abbiamo fatto.

Z come zitti.
Che è quel che siamo stati.


 


 

Una breve nota sull’attualità dei classici
La trilogia della villeggiatura di Carlo Goldoni, regia di Toni Servillo e Tre sorelle di Anton Cechov, regia di Massimo Castri
di Oliviero Ponte di Pino

 

Come si misura l’attualità di un classico?
La scorsa stagione Luca Ronconi ha portato in scena al Piccolo Teatro, nel giro di poche settimane, Il ventaglio di Carlo Goldoni e Inventato di sana pianta di Hermann Broch, un testo che racconta una serie di maneggi finanziari non molto diversi da quelli dei “furbetti del quartierino” (o della Parmalat o della Cirio, o meglio ancora dei Bond argentini) che hanno occupato le cronache negli ultimi anni, svuotando le tasche di molti italiani. I cortocircuiti tra il testo di Broch, scritto negli anni Trenta, e l’attualità sono numerosi e si decodificano con un misto d’ironia e di inquietudine. La riscoperta del testo nell’attuale contesto economico e politico – la globalizzazione finanziaria era già in atto – è una scelta culturalmente acuta, che al tempo stesso si inserisce nella riflessione civile che da sempre un regista come Luca Ronconi opera sottotraccia: sottotraccia, perché per lui il problema non è mai trasmettere un messaggio (e tanto meno scagliarsi contro qualche facile bersaglio polemico, per questo basta la satira); e non si tratta nemmeno recuperare precedenti in cui riconoscersi (e così gratificarsi tra gli happy few in grado di cogliere allusioni, parallelismi e differenze), quanto di esplorare nel lavoro di scena alcuni nodi problematici.
Tuttavia a graffiare di più, nei due spettacoli, proprio nel senso del rapporto con il presente, era forse una battuta in apparenza marginale all’inizio del secondo atto del Ventaglio, che rende conto del tono emotivo dell’intero spettacolo – e pare riverberare il giudizio del regista sull’attuale situazione del paese. E’ un breve monologo, dove la merciaia Susanna, usando come piedistallo “l’educazione che ho avuta in città”, si lamenta perché “gran poche faccende si fanno in questo villaggio (...) in mezzo a questi villani senza convenienza, senza rispetto”. C’è dunque la consapevolezza di uno stallo economico, e probabilmente di una decadenza forse inevitabile; ci sono l’irritazione contro i nuovi ricchi e la loro insofferenza alle regole, e il sospetto contro il sistema di favori e “protezioni” che li lega. Il pretesto della commedia e di questo sfogo è di scarsa importanza: la vendita a prezzo di saldo del ventaglio che genera tutti i malintesi e gli equivoci intorno a cui ruota la vicenda. Ma la conclusione di Susanna ha il peso di una sentenza, e rende conto dell’importanza che assume il futile commercio di un oggetto in apparenza banale, inutile:

Sono cose da ridere; ma cose che qualche volta mi fan venire la rabbia. Son così, io che sono allevata civilmente, non posso soffrire le male grazie.

Quante volte in questi mesi, in questi anni, la cronaca ci ha regalato “cose da ridere” ma che subito dopo “fan venir la rabbia” a chi è “allevato civilmente”? E quante volte questa educazione civile ha generato un qualche sentimento di superiorità di fronte ai “villani senza convenienza”? Alla luce di questa battuta, l’intero allestimento diventa diversamente necessario. Si può discutere sulla diagnosi di Ronconi (e di Goldoni), ma è senz’altro chiara e precisa.
Lo stesso accade con le messinscene di due altri classici, firmate da due registi di talento come Toni Servillo e Massimo Castri, e sintomi di una sensibilità tutta contemporanea. Il primo si misura con un altro testo goldoniano, la Trilogia della villeggiatura, oggetto qualche anno fa di tre memorabili spettacoli proprio di Castri. Quest’ultimo invece, dopo aver allestito alla fine degli anni Ottanta Il gabbiano, torna a Cechov portando sulla scena Tre sorelle. Ad accomunare i due testi, è curiosamente la fortissima presenza di due esemplari luoghi del desiderio, e forse dell’utopia: nel primo caso la villeggiatura tanto agognata e poi frettolosamente abbandonata, nel secondo la Mosca della giovinezza, e destinata a restare irraggiungibile.
Un elemento caratterizza anche i giovani protagonisti della Trilogia della villeggiatura e delle Tre sorelle: sono tutti orfani, e non hanno figure genitoriali a cui far riferimento. Leonardo e la sua capricciosa sorella Vittoria hanno perso i genitori, così come i quattro figli del dottor Prozorov, e la stessa Giacinta ha un padre che si proccupa solo di spassarsela e giocare a carte.



Toni Servillo (foto Fabio Esposito).

Servillo sceglie di condensare l’intera Trilogia in un’unica serata (come nella memorabile mesinscena di Strehler): sono tre ore e mezza di spettacolo divise in due atti, a metà della villeggiatura vera e propria. Dunque, malgrado i tagli, ritmi inevitabilmente accelerati (ma è una scelta che il regista-attore aveva già fatto anche per testi più brevi, come Le false confidenze di Marivaux, dove a tenere il tempo era addirittura un metronomo che si poteva udire ticchettare in sottofondo). Di conseguenza in questo “slapstick Goldoni” salgono in primo piano, con gran divertimento del pubblico, gli incastri farseschi e gli scambi di battute tra i personaggi: non si può non restare ammirati dalla maestria del drammaturgo dalla vivacità dei suoi dialoghi e dagli intrecci perfetti, dalla precisione essenziale della regia, e naturalmente dal virtuosismo degli interpreti, a cominciare da Paolo Graziosi, straordinario nella parte dello stordito signor Filippo, e dallo stesso Servillo, che si cuce addosso il ruolo dello “scrocco” Ferdinando, per passare al deus ex machina Fulgenzio (Gigio Morra).



Paolo Graziosi e Tommaso Ragno (foto Fabio Esposito).

A sorreggere questa soluzione è anche l’essenziale scenografia di Carlo Sala: una parete con il taglio di due porte per le frazioni urbane, e per le Avventure della villeggiatura due scorci, prima l’angolo della villa nella noia di un mattino d’estate, e poi un bosco, un antro notturno e verdeggiante che ricorda la foresta iniziatica in cui si perdono le due coppie del Sogno di una notte di mezza estate.
Naturalmente nell’atmosfera più distesa della campagna la frenesia euforica che aveva sospinto fin dall’inizio i giovani protagonisti appare in qualche modo stonata, sempre sopra le righe, malgrado i segni di crisi e le difficoltà che si accumulano. Anche quando il clima si fa più disteso e malinconico (e dovrebbe forse farsi riflessivo), è come se i personaggi non avessero voglia di guardarsi dentro, di interrogasi, di crescere. Il triangolo tra Leonardo (Andrea Renzi), la sua promessa sposa Giacinta (Anna Della Rosa) e l’intruso Guglielmo (Tommaso Ragno) resta in sostanza irrisolto. L’affetto di Giacinta per Leonardo pare solo facciata, e l’infatuazione per Guglielmo non è solo un capriccio tardo-adolescenziale o una gratificazione narcisistica; non è neppure l’ultimo amoretto di chi, di fronte alla necessità di impegnarsi a metter su famiglia e per equilibrare il peso di queste nuove responsabilità, si concede un’ultima evasione – magari solo immaginaria.



Anna Della Rosa (foto Fabio Esposito).

Potrebbe sembrare un sentimento autentico, se la stessa Giacinta non lo lasciasse cadere senza oppore resistenza. Così quando si tratta alla fine di partire per Genova – dopo che la crisi è stata miracolosamente appianata dall’intervento dei “grandi”, e in particolare di Fulgenzio, ma si è persa la faccia – la sensazione è che là ricomincerà tutto daccapo: Leonardo a sperperare in consumi voluttuari, sua sorellina Vittoria (Eva Cambiale) a far capricci per abiti e cappellini, e Giacinta a farsi corteggiare e innamorarsi. Non c’è stata maturazione, non è stata acquisita una maggiore consapevolezza, non è stato conquistato alcun senso di responsabilità.



Anna Della Rosa e Chara Baffi (foto Fabio Esposito).

Dopo l’esaltante parentesi della villeggiatura (che diventa un po’ il corrispondente di una settimana tutto compreso a Riccione o Sharm-el-Sheik, o di una comparsata in un reality show), la vita dei giovani sposi si apre a due possibili alternative: tutto ricomincerà come prima, e dunque i “bamboccioni” combineranno altri guai, e un qualche “padre assente” dovrà preoccuparsi di rimediare, finché potrà; oppure vivranno nella frustrazione e nel risentimento, pensando a quel che avrebbe dovuto essere la loro vita.



La tavola imbandita e il brindisi per Tre sorelle (foto Serafino Amato).

Massimo Castri lavora al contrario sul rallentamento, fin dalla prima scena. Anche qui l’impianto, firmato da Maurizio Balò, è di grande essenzialità e suggestione: una distesa di sabbia e ghiaia grigia punteggiata di detriti scuri, al centro un grande tavolo circolare che la anziana balia Anfisa (Barbara Valmorin) apparecchia con meticolosa lentezza, via via che in questa terra desolata vagamente beckettiana s’affacciano gli altri personaggi, ciascuno con la sua valigia, come gli omini di Magritte. Siamo molto lontani da ogni realismo di marca stanislavskiana: anche perché gli attori, più che costruire il personaggio dall’esterno, lavorando su una coerenza psicologica prestabilita, si lasciano trasportare dal testo - scena per scena, dialogo per dialogo - e dalle sue accensioni ora tragiche ora melodrammatiche. Più che agire, reagiscono al testo e alle sue provocazioni, agli sbalzi d’umore dei personaggi, ai loro scontri.
Ma aldilà di questa sensibilità dinamica all’istante (o forse proprio a partire da queste discontinuità), è ben percepibile il disegno d’insieme della regia. Emblematico è il cambiamento del colore dei fondali, che dallgli azzurri e grigi iniziali approda nella scena dell’incendio a un nero cupo e luttuoso, sostituito nell’ultima scena – quella della partenza delle truppe e della catastrofe finale – da un livido giallo. E’ una lettura decisamente pessimista e struggente del testo, senz’altro filtrata dal crollo dei progetti utopici del Novecento: la fede in un futuro radioso, quella di cui si fa portavoce Veršinin (Sergio Romano) nei suoi ispirati monologhi, quelle aperture sognatrici che avevano fatto di Cechov una sorta di anticipatore profetico della Rivoluzione d’Ottobre, appaiono ormai come una beffa crudele, per lui come per le tre sorelle. Non è arrivato, dopo di allora, alcun futuro radioso, anzi sono arrivati i Lager, il Gulag e la Bomba. Al abianco e ai toni grigi che caratterizzano i costumi delle tre sorelle (e quelli degli altri personaggi) si contrappone la sguaiataggine sempre più colorata delle mises dell’arrivista e ipocrita Nataša di Alice Torriani.



Roberto Salemi e Alice Torriani (foto Serafino Amato).

Il progetto di felicità individuale e collettiva basato sull’amore per l’arte e per il prossimo, fondato sulla solidarietà e sulla cultura, si conclude con una catastrofe irrimediabile, schiacciato da una quotidianità implacabile e dai colpi del destino: a decretare il fallimento di questo progetto di emancipazione non sarà neppure l’intervento repressivo di un potere ottuso, ma piuttosto la debolezza di queste anime belle, il loro contegno, e in fondo la loro impossibilità di amare e di essere felici, che pagheranno a carissimo prezzo: Olga (Bruna Rossi), infelice sposa del il borioso e goffo Kulygin (Paolo Calabresi), non potrà mai coronare il suo sogno d’amore con Veršinin; Maša è condannata fin dall’inizio alla solitudine; la giovane Nataša (Claudia Coli) l’amore potrà solo sognarlo, e dopo il tragico duello tra il suo promesso sposo Tuzenbach (Roberto Salemi) e Solënyj (Milutin Dapcevic) non avrà nemmeno diritto a un matrimonio infelice. Per non parlare del fratello Andrèj (Mauro Malinverno), affondato nella disperazione dai tradimenti e dalla volgarità di Irina.



Le tre sorelle: Bruna Rossi, Alice Torriani e Claudia Coli (foto Serafino Amato).

E’ un disastro che porta direttamente dalle speranze d’inizio Novecento al cinismo di quest’inizio secolo, del suo vuoto ideale e progettuale: e getta su quelle speranze una luce crudele, quella della tragedia.
Un’ultima annotazione: sia quello di Servillo sia quello di Castri sono prima di tutto spettacoli d’attore, costruiti sulla materialità del lavoro degli interpreti, con compagnie equilibrate (e cast abbastanza ricchi). A volte con punte di virtuosismo, a volte con qualche acerbità (soprattutto nei ruoli delle “prime amorose”), e tuttavia nell’insieme determinate e convincenti, in grado di sostenere la chiave di lettura suggerita dalla regia e al tempo stesso di arricchirla.


 


 

Salviamo il Vascello
Una conversazione con Giancarlo Nanni
di Redazione ateatro

 

Giancarlo Nanni, avete lanciato un drammatico appello per la salvezza del Teatro Vascello. Che cosa ha caratterizzato il vostro teatro in questi anni nel panorama romano?

Il Teatro Vascello ha sostenuto i nuovi gruppi del teatro di ricerca ed è un importante punto di riferimento per la danza contemporanea. E’ uno spazio adatto alla messinscena di spettacoli particolari e non obbliga le compagnie a ridurre o cambiare il loro prodotto creativo a causa del palcoscenico ridotto o di limitate possibilità tecniche. Ha sempre ospitato e incoraggiato compagnie di artisti che il "mercato " o la critica ancora non evidenziavano, dai primi lavori dei Raffaello Sanzio ai Marcido Marcidoris, dalla Valdoca al Teatrino Clandestino e Fanny e Alexander, eccetera. La sua politica "romana " è stata di dare spazio per almeno tre anni consecutivi ai gruppi come gli Artefatti, Quelli Che Restano (Fabrizio Parenti e Werner Waas), Moni Ovadia, Remondi e Caporossi, Caterina Inesi, il poeta Valentino Zeichen, per il quale è stato inventato il Premio Zeichen, dedicato a un poeta vivente... E poi Lucia Latour e il suo Altroteatro, che è ospite da sette anni e più..
Sul sito www.teatrovascello.it c'è tutta la storia di questi quindici anni. Il Vascello ha ospitato personalità artistiche come Peter Brook, Tadeusz Kantor, Robert Lepage, Bob Wilson, Judith Malina e il Living Theatre, La Mama di New York, il teatro giapponese di Oriza Irata, il Berliner Ensemble... Ma sono molte di più le compagnie, i workshop, le sperimentazioni che abbiamo realizzato e ospitato.

Quest'anno avete anche lanciato un bando per un direttore associato "under 35", con una formula inedita. Qual è il vostro obiettivo?

Stimolare la presenza di nuove personalità e suscitare un dibattito sulle regole per l'attribuzione delle direzioni artistiche attraverso un bando pubblico comprensivo del budget complessivo del teatro e di quello a disposizione del direttore artistico. E’ un segnale che riguarda incarichi che sono sempre attribuiti dai politici con metodi che non sono né trasparenti né democratici.

Alla base delle attuali difficoltà del Vascello c'è lo scarso sostegno da parte dei poteri pubblici: ministero, regione, provincia. Puoi darci qualche dato?

Il ministero ci ha finanziato per ben dieci anni con la stessa cifra, 440.000 euro, senza tener conto della particolarità del nostro teatro, della presenza dei giovani autori, dei giovani attori, dei laboratori, del lavoro nelle scuole, della nostra promozione nel territorio. Poi ci sono stati tagli recenti, dal 2001, di 70.000 euro ogni anno, sino alla situazione attuale. Dopo anni di richieste la Regione Lazio aveva riconosciuto il nostro ruolo con finanziamenti da 50.000 euro, progressivamente saliti a 100.000, 150.000 e poi 240.000 euro nel 2006. Improvvisamente quest’anno sono calati a 75.000 euro, con un drammatico blocco della nostra progettazione e mettendo a rischio la nostra sopravvivenza.
Anche il Comune di Roma non riconosce la nostra attività specifica, ma ci ha finanziato a seconda dei progetti con 100 milioni, poi con 100.000 euro, e poi quest'anno solo con 40.000 euro, rifiutandosi di dialogare con noi su un piano strutturale di intervento che ci permetta di progettare il futuro delle nostre iniziative. La Provincia, malgrado molte promesse, non ci ha mai finanziato.
Tutto questo viene giustificato dal fatto che la Legge impedirebbe il pagamento delle spese vive di gestione per i soggetti privati: poi si scopre che vengono sostenuti artisti ricchissimi, come Proietti che riceve 130.000 euro per uno spettacolo in provincia, o la Dandini con l'Ambra Jovinelli, finanziato per circa 400.000 euro l'anno per cinque anni; tuttora il Comune paga le spese di affitto per Proietti al Gran Teatro, dove David Zard dichiara che solo di riscaldamento i costi sono di 9.000 euro. Sono 4 milioni di euro regalati ai ricchi!!! E dicono sempre che non ci sono soldi...

In questi anni il comune ha scelto di sostenere altre realtà, anche con un forte impegno finanziario. E c'è anche la decisione di avere un controllo in qualche modo più "diretto" dei teatri da parte dell'amministrazione. Da teatrante, che giudizio dai di questa politica?

Pensa al progetto dei Teatri di Cintura, creato senza alcuna indicazione pubblica al riguardo e annunciato solo a cose fatte... Si parla di ventitré Teatri di Cintura! E’ un aiuto sotterraneo e nascosto al teatro privato, e non è il modo giusto per sviluppare un discorso di buone pratiche sul territorio. Non veniamo informati, e non viene data pubblica trasparenza alle operazioni finanziarie che determinano tali scelte. Un Municipio, il XV, fonda un teatro municipale, il Teatro del Lido; quello di Tor Bella Monaca dovrebbe andare con il Teatro Valle allo Stabile di Roma, che già gestisce l'Argentina e il Teatro India. I teatri che hanno costituito e costituiscono la cintura intermedia nella città, dislocati in vari Municipi, come Vascello,Vittoria, Ghione, Manzoni, Parioli, Brancaccio, Teatro Delle Muse, e quelli più dedicati alla ricerca, come il Furio Camillo, Politecnico, Teatro dell'Orologio, Teatro Belli, non vengono riconosciuti come precursori della Rete Teatrale Romana, anche se è grazie a loro che il Comune di Roma si ritrova un circuito di grande importanza, dopo aver investito solo modiche quantità di denaro. Ma oggi si decurtano gli interventi a loro favore, provocandone la scomparsa o la morte per inedia.
L'amministrazione non dimostra di avere un piano o un programma, ma interviene su singole situazioni, per di più trasformandole in teatri vuoti durante il giorno e riempiti di spettacoli di tutti i generi per due ore alla sera. Si scelgono direttori artistici che si distinguono per non presenza nei luoghi e mancanza di progettualità, invece di affidare a giovani artisti o amministratori lo sviluppo e la programmazione di idee nuove o stimolanti. Non si crea un rapporto con i vari soggetti, il Comune non risponde di eventuali debiti, ci fa concorrenza anche con le scuole, praticando prezzi di 4 euro contro gli 8 euro che chiedono i teatri. Non lo troviamo giusto. Sono arroganti e ipocriti, credono di essere i nostri padroni. Dovrebbero essere i nostri interlocutori e mettersi al serivzio degli operatori culturali e degli artisti. Mancano di ogni etica e soprattutto odiano la verità.

Quali sono gli obiettivi che vi prefiggete con questo appello?

La petizione prevede l'acquisto di un mattone (ne abbiamo già venduti 2.000) per erigere una scultura/testimonianza sulla quale ogni aderente dipinge o scrive quello che vuole, e poi lo impila. Il muro dovrebbe servire a far capire come l'immaginazione e la fantasia possono contribuire alla costruzione di una nuova idea, far vedere la partecipazione degli abitanti del quartiere, non solo spettatori, a un nuovo progetto che rappresenta il futuro possibile di questa struttura. O forse testimonierà l'insipienza e la stupidità della nostra amministrazione: il muro verrà cementato a chiusura del Teatro Vascello, immagine permanente e visibile del potere irresponsabile dei politici nei confronti degli artisti di questa città.
L'appello, che prevede anche una petizione pubblica in difesa del Teatro Vascello (siamo già oltre le 3.000 adesioni, quindi Proietti lo supereremo facilmente), vuole invitare le istituzioni a prendere atto del futuro di questo teatro, a prendere coscienza che rappresenta un bene culturale per la città e che non può più essere gestito in modo aleatorio, senza sicurezze e progettualità proiettata nel futuro. Siamo stanchi di chiedere la carità, di vedere l'incapacità degli amministratori a risolvere problemi molto semplici: basterebbe intervenire sulle fondazioni bancarie, sulle grandi società, fare un accordo di programma che comprenda anche la Comunità europea per risolvere il problema, anche con un mutuo ventennale.
Ovvio che se i poteri pubblici non si muovono e non prendono una decisione, il Vascello verrà venduto. I pretendenti non hanno nessun interesse culturale per la nostra struttura, la trasformeranno in un supermarket o in un megaparking. Ma noi non vogliamo vendere il Teatro Vascello e farlo sparire.
Speriamo che le firme arrivino almeno a 10.000: le presenteremo al Ministro, al Sindaco, vedremo se si smuoveranno. Il contributo, se ci viene dato, verrà restituito in biglietti scontati o in abbonamenti per la stagione. Le istituzioni sono piene di soldi, spetta a loro dare servizi culturali al territorio: peccato che li spendano male e senza controlli.

E se raggiungete questi obiettivi, che accadrà dello spazio del Vascello?

Anche se arriveremo a un accordo con le istituzioni, vogliamo garantire la continuità culturale del Teatro Vascello. Proporremo di aprire un dialogo con la città, con i giovani artisti, in pubbliche audizioni, dove decideremo il futuro di questo teatro, con trasparenza e onestà.
Speriamo che il nuovo co-direttore artistico abbia capacità manageriali e artistiche tali da smuovere le melme politiche nelle quali noi siamo affogati in tutti questi anni. E non abbiamo intenzione di rimetterci i piedi. Comunque garantiremo l'indipendenza e l'autonomia del teatro.
Il bando è veramente pensato per nuovi soggetti,anche se so che molti, abituati alle varie ipocrisie, pensano che sia tutto precostituito. Non ècosì: abbiamo anche ricevuto attestazioni di stima e di sorpresa per un gesto che a noi èapparso normale e necessario per garantire un futuro a questo teatro.

Se il Vascello chiude, che accadrà di voi? Riaprite un altro teatro?

Sicuramente con il denaro ricavato dalla vendita potremmo fare altre attività, senza dover chiedere nulla. Potremo andare in Giappone con tutta la compagnia per tre mesi, in Francia, a New York, dove siamo stimati e abbiamo un grosso pubblico che ci segue. Ho anche in mente un luogo fantastico a Roma. Ma perchè perdere il Vascelo, l’unico spazio moderno della città? Si potrebbe restaurare il tetto e fare un altro piano per la danza, il cinema, la biblioteca pubblica. Abbiamo anche un progetto per appartamenti per studenti, che non esistono a Monteverde. Ma se tutto questo non interessa a questi signori,che dobbiamo fare? Continueremo a produrre spettacoli,è la nostra vita, ma senza più l'angoscia e la delusione per un rapporto così sterile.


 



a cura di a m m (anna maria monteverdi)
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Cultania-Multimedialità e Teatro: un festival lungo un anno
A Catania dal 2 dicembre 2006 al 29 ottobre 2007
di Anna Maria Monteverdi

 



Protomembrana.

Sold out per il Festival Cultania, organizzato dall’assessorato comunale alla Cultura, nell’ambito del progetto “Centro Multimediale del Parco Archeologico” (Por Sicilia 2000 – 2006 - PIT 35 “Catania Città Metropolitana”). In cifre diecimila presenze per due settimane complessive di eventi teatrali dalla sua ripresa tra il 13 ottobre al 4 novembre 2007, 450 persone solo alla performance di Roberto Zappalà e Giovanni Sollima, 1800 all’evento di Soundwalking sulla sabbia lavica dell’Etna con Alvin Curran uno dei pionieri dell’environment music, fondatore di Musica Elettronica Viva e con il musicista veneto ma catanese d’adozione Stefano Zorzanello.



Giustamente soddisfatto l’intero staff di Cultania e il suo direttore il dinamico Salvatore Zinna, regista teatrale e cinematografico ideatore di questo Festival dedicato alle performance contemporanee e al teatro che usa tecnologie in una Catania che sta vivendo un momento di grande euforia artistica e sperimentale, dentro spazi straordinariamente attivi e che hanno contribuito notevolmente al successo della manifestazione (da Zo-Centro di Culture Contemporanee a Scenario Pubblico di Roberto Zappalà, al Teatroclub di Nando Greco, al Teatro Sangiorgi). Quattro compagnie catanesi, sei di rilievo nazionale e due internazionali, anteprime nazionali e workshop: questo il portfolio di tutto rispetto di Cultania: tra gli altri Teatrino Clandestino, Wee Company, Masque, Daniela Orlando, Lenz, Roberto Latini, Fabrizio Arcuri. A Zinna animatore e appassionato promotore del festival si deve la stesura di quello che lui ama definire il “progetto editoriale” di Cultania e anche la non facile ricerca di finanziamenti presso la Comunità europea. Cultania è una vera novità nel panorama nazionale delle manifestazioni di ricerca dedicate alle proposte più innovative nel campo delle tecnologie in scena, tra teatro, danza, musica, arti visive, in un complesso intermix di generi: dalle spazializzazioni sonore agli speciali soundwalkin’ che mescolano ecologia, paesaggio e sonorità, al teatro che usa video e interfacce interattive. Una vero sodalizio catanese-catalano quello di Cultania che ha visto alternarsi a Zoculture Marcel.lì Antunez Roca con la sua Protomembrana e [Kònic thtr], piattaforma artística dedicata alla creazione digitale contemporanea, entrambi provenienti da Barcellona.



N o u I _ D.

Anteprima italiana per N o u I _ D di Konic THTR, fondato da Rosa Sanchez e Alain Baumann e mai venuto in Italia prima della data catanese: si tratta di uno spettacolo tecnopolitico molto forte e d’impatto e non solo per la tecnologia interattiva usata (telecamere digitali per la cattura ottoca del movimento dei danzatori nello spazio, biosensori applicati al corpo per la motion capture).



N o u I _ D.

N o u I _ D è un’opera elettronica interattiva per danza e voce riallestita espressamente per Cultania con delle modifiche dalla precedente versione presentata al Mercat de flor a Madrid, sull’identità, sui territori a margine, sulle periferie urbane e umane, in cui gli uomini diventano particelle instabili, in continua mobilità e precarietà in un mondo in frantumi, in una terra desolata. Approfittiamo della visita a Catania in occasione dell’anteprima italiana dei KONIC per parlare con l’anima del Festival, Salvatore Zinna che sta per congedare il suo primo lungometraggio ed è anche autore e regista teatrale (ricordiamo tra i suoi lavori la Ballata per San Berillo che ha ottenuto numerosi riconoscimenti):

“La tecnologia, anche quella alta non è di nicchia, è popolare, addirittura più popolare del carretto siciliano, se vuoi: popolare non vuol dire focloristico: il consumo tecnologico è ormai generalizzato, universalmente accettato anche nell’arte, ognuno poi interpreta il fenomeno come vuole. Ma anche grazie alla tecnologica porti la gente a teatro e il teatro deve essere frequentato da tutti: non deve passare questa pratica di ricerca come 'teatro per pochi'. C’è poi da sfatare il luogo comune del Sud come luogo della tradizione e del Nord come luogo dell’innovazione: è un problema culturale prima che un problema economico e riguarda l’interpretazione del presente. Pensare che al Sud o sei custode della memoria storica e che ti occupi della valorizzazione del passato o sei un consumatore di modelli culturali altrui è una limitazione. Con il Festival mi sono imposto alcuni punti fermi, se vuoi degli obiettivi: uscire dall’isolamento e da un lato creare una prima base infrastrutturale per il prodotto culturale che ci siamo immaginati, producendo una nostra 'cultura del presente', e dall’altro lato creare un contesto attivo per dare evidenza a un sistema più che alle singole realtà. Abbiamo messo a disposizione mezzi, spazi, visibilità e strumentazioni a coloro che operano all’interno di produzioni indipendenti. Volevo fare un Network di compagnie, strutturare una rete di artisti e di istituzioni che non avrebbero mai lavorato insieme, creando le premesse per piattaforme di collaborazione comuni, insomma, dei prototipi per possibili sviluppi futuri . Le presenze nel territorio di compagnie, organizzatori, associazioni e di artisti che lavorano in una determinata direzione sono numerose, alcune con una loro identità ben precisa, pensa a Cane Capovolto (Alessandro Aiello) e a Zo. Alcuni di loro da tempo avevano già elaborato questo tipo di approccio che abbiamo immediatamente condiviso ma mancava una presenza istituzionale. Il progetto di Soundwalking di Alvin Curran è nato in collaborazione con l’Ente Parco Etna, con Sergio Zinna di Zoculture. In molti casi abbiamo prodotto gli spettacoli, condividendo temi e redistribuendo risorse nel territorio per creare una prima base di circuitazione e offrire i materiali di una certa qualità all’esterno: se la circuitazione infatti è in generale un problema delle compagnie, in Sicilia è un problema assoluto, partire di qua è molto complicato, gli scambi risultano difficili, i rapporti internazionali quasi impossibili. Tra gli spettacoli locali segnaliamo i percorsi sonori nella città (Sipario sonoro), una sorta di viaggio attraverso il senso dell’udito, dei suoni della città al cimitero, al molo di Levante, nella metropolitana non utilizzata, sul fronte mare ad opera di Stefano Zorzanello. Il gruppo Statale 114 porterà il lavoro Van Gogh il suicidato della società da Cultania al Teatro Arsenale di Milano a gennaio; Fabio Monti, un talento puro, ci ha presentato uno spettacolo intenso su Lampedusa con il video usato in modo molto semplice ma che creava emozione, mettendo sempre a centro gli abitanti, e il centro temporaneo di accoglienza degli immigrati. Ancora Tino Caspanello, Premio Riccione 2003. Abbiamo poi ospitato molti lavori degni e significativi per un aggiornamento delle compagnie locali, da Lenz Rifrazioni, a Roberto Latini a Santasangre.



Slave in the Cave.

Intensa anche la presenza del gruppo VITE di Emiliano Campagnola con Slave in the Cave, spettacolo tratto da Platone: un unico attore in scena che interpreta il personaggio di Socrate e quello di Menone, alternando domande e risposte sul tema dell’insegnabilità della virtù, con il suo alter ego in video. Il festival ci è scoppiato addosso, teatri sempre pieni, tutto esaurito per ogni evento, un fenomeno interessante per la Sicilia: venivano non solo gli addetti ai lavori, ma un pubblico davvero diverso e soprattutto curioso”.

Incontriamo a Zoculture Stefano Zorzanello flautista e sassofonista dedito a un ambito di ricerca vicino all’ecologismo acustico e al paesaggio sonoro e fondatore della Soundscape Research Group. Ha collaborato con Giorgio Barberio Corsetti scrivendo le musiche di scena per Il Risveglio e Barcas, Graal, Woyzeck. Per Cultania ha realizzato tre passeggiate sonore cittadine e ha affiancato artisticamente Alvin Curran nell’evento innovativo e imponente CONVERSAZIONI GEOLOGICHE, musica in ambiente naturale in alta quota sulle pendici dell’Etna, a Monti Sartorius, Sant’Alfio a 1800 metri dentro il Parco e con musicisti volontari:

“Si tratta di un progetto a basso impatto ambientale, senza amplificazioni, vicino alla filosofia dell’ecologia acustica. Un lavoro per 100 musicisti tra voci, fiati e percussioni a cui ha partecipato anche la banda del paese. Una partitura musicale modulare con 9 moduli che erano diretti da Currain e da me. Brani interpretati con un lenta discesa in fila indiana su sabbia lavica fino a un pianoro con zone naturali di eco, producendo un’interazione acustica col territorio molto suggestiva. All’imbrunire 2000 persone sono state portate con pullman o sono salite con mezzi propri. In aprile avevamo fatto il sopralluogo poi ci sono stati i workshop aperti anche ai non musicisti. La scelta della location è stata determinata dalla bellezza stessa del paesaggio, esattamente sotto il vulcano. Il carattere innovativo sta nel fatto che non abbiamo deciso di portare Mozart o musica da camera in esterni, non abbiamo fatto cioè quello che si fa normalmente in una sala da concerto. Si è lavorato sulle caratteristiche morfologiche del territorio e su un livello più simbolico, su masse grezze. Il vulcano prendendo spunto dal concetto di musique brut di Varèse, è materiale musicale”.

Chiediamo al regista Salvo Gennuso fondatore di Statale 114, anche lui incontrato a Zoculture, qualcosa, sul suo contributo artistico a Cultania Festival e sul progetto Filottete da Müller (con Elaine Bonsangue, Luana Toscano, Chiaraluce Fiorito) e Van Gogh il suicidato della società (con Elaine Bonsangue, Marcella Parito):

“Cultania ha significato per noi lavorare con una certa tranquillità su due spettacoli, sperimentare nuovi linguaggi e tentare strade che ancora non avevamo provato; ha significato rappresentare i lavori in un contesto avente un segno artistico in cui mi riconosco fortemente, Fabrizio Arcuri, Roberto Latini. Cultania è stata una piattaforma comune per riflettere su alcuni temi, anche quello della multimedialità. Filottete è una storia di isolamento, di morte. Pazzia, prigionia, alienazione, corvi e avvoltoi, tradimento: è intorno a queste parole che si è sviluppatata la nostra ricerca e da un’isola, l’isola di Melo, siamo approdati a un’altra isola, la Sicilia che sembra per alcuni la Danimarca di Amleto, un luogo in cui si tramano cose oscure, dove i corvi si aggirano nei palazzi di giustizia, dove il tradimento si patisce come offesa all’onore da lavare col sangue, dove la pazzia pare stia di casa, a voler ascoltare Pirandello. Ma non è uno spettacolo che parla di mafia, voglio raccontare delle prigioni che l’uomo si porta appresso come stimmate non sulla propria pelle ma sull’anima. Van Gogh il suicidato della società da Artaud sarà il 9 gennaio al Teatro Arsenale di Milano; la parte animata in computer graphics è dei Mammasonica. E’ uno spettacolo molto coreografico, che parte dal tentativo di farsi rapire dal testo inteso come visione non come parola o messaggio. E’ un dialogo tra diverse forme artistiche che immagina, fuori dagli schemi usuali, l’utilizzo di tecniche diverse e la presenza di forme espressive in cui i quadri di Van Gogh, il testo di Artaud, le azioni sceniche si stagliano su una superficie bianca tra cubi di plexiglass e acqua. All’io narrante si contrappone un coro di tre donne, delle erinni, delle moire e la moltitudine della società cristallizzata in azione”.

SCENARIO PUBBLICO fondato a Catania dal coreografo Roberto Zappalà quale sede di produzione della compagnia che porta il suo nome, è dal 2002 un punto di riferimento per chi fa danza in Italia ed è stato uno dei luoghi di Cultania. Per Cultania Roberto Zappalà ha proposto una pièce di improvvisazione di danza e musica con Giovanni Sollima (violoncellista e compositore). Attualmente lo spazio (completamente privato) sta mutando per adeguarsi alle esigenze performative ed espressive più svariate, dalla danza alla musica al tecnoteatro, fino alle installazioni video. La sala grande attrezzata di luci e fonica, ospita fino a 150 posti a sedere e prevede una rassegna stagionale. La sede della compagnia di Roberto Zappalà fondata nel 1989 e sostenuta dal Ministero per i Beni e le Attività culturali dal 1996 ospita anche un corso di perfezionamento biennale (modern studio atelier), summerworkshop internazionali (uva grapes), rassegne di videodanza. Roberto Zappalà inizia la propria formazione come danzatore con Gabriel Popescu, Victor Litvinov, Voitek Lowsky per la danza classica, con Alvin Ailey ed A. Michel per la danza moderna e jazz .Ha fatto parte delle Compagnie di danza del Teatro Massimo "Bellini" di Catania, del Teatro Comunale di Bologna, dell'Arena di Verona e del Balletto di Venezia. Ha ballato coreografie di Jiry Kylian, Birgit Cullberg. Nel 1989 ha fondato il Balletto di Sicilia. Tra il 1993 ed il 1998 é stato direttore artistico del DanzaEtnaDanza Festival di Zafferana Etnea (CT) . Ad oggi Roberto Zappalà ha realizzato 25 produzioni per la sua compagnia. Dal 2003 il coreografo ha avviato il progetto “Corpi incompiuti”, percorso intorno alle attività percettive. info@scenariopubblico.com
www.cultania.it


 


 

Cultura, teatro e spettacolo: materia da antitrust?
L'incontro al Teatro Eliseo di Roma del 6 novembre
di Anna Rosa Maselli – Osservatorio dello Spettacolo presso il Mibac

 

Alcune imprese operanti a livello nazionale nei settori prosa, musica, danza ed esercizio teatrale hanno costituito un comitato antitrust, presentando un reclamo all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato per sollecitare un’indagine conoscitiva sulle modalità ed i criteri degli interventi finanziari di sostegno pubblico al settore dello spettacolo dal vivo.
Il suddetto reclamo è successivo all’intervento dello stesso Presidente dell’Autorità, Antonio Catricalà, all’audizione del 15 maggio scorso presso la VII Commissione Permanente del Senato, impegnata in una “Indagine conoscitiva sul cinema e lo spettacolo dal vivo”.
In tale occasione, pur riconoscendo l’importanza di promuovere e tutelare il teatro come “prodotto culturale”, Catricalà si era soffermato sulla “necessità di incentivare l’instaurarsi di condizioni concorrenziali nel settore dello spettacolo dal vivo al fine di favorire la crescita economica dell’intero comparto, evitando la creazione e il mantenimento di condizioni distorsive della concorrenza a danno del cittadino e dell’intero settore”.
Le imprese si sono rivolte al Garante anche in considerazione della qualificazione normativa dello spettacolo dal vivo quale attività imprenditoriale, operata dal decreto Bersani, nonché dello studio, richiesto dalla Commissione europea, che ha descritto il settore “culturale e creativo” come un comparto che, nel 2003, ha prodotto un fatturato complessivo di circa 655 miliardi di euro in Europa, contribuendo al 2,6% del relativo PIL.
Inoltre, secondo il comitato, “oggi l’offerta di spettacoli teatrali appare monopolizzata da Regioni ed Enti Locali che, anziché limitarsi a svolgere fondamentali compiti neutrali di promozione, programmazione e gestione delle attività culturali, assumono anche la veste di maggiori finanziatori/committenti del settore, principali produttori/organizzatori di eventi e gestori di infrastrutture pubbliche sul mercato”.
Il reclamo mira pertanto ad ottenere, sia a livello nazionale che comunitario, un richiamo ai valori della concorrenza, intesa come possibilità di scegliere tra più offerenti ed opportunità, rivolta alle imprese, di esplicare la propria attività autonomamente, nel rispetto dei principi di libertà di partecipazione, pluralismo, parità di trattamento, economicità e trasparenza.
Su questi temi, in data 6 novembre 2007, si è tenuto, presso il Teatro Piccolo Eliseo di Roma, un incontro-dibattito intitolato “Cultura, teatro e spettacolo: materia da antitrust?”, organizzato dal comitato dei ricorrenti. Sono intervenuti: l’avvocato Mario Siragusa, che ha esposto i dettagli tecnici del reclamo, Giulio Stumpo, che ha fornito i dati di contesto a livello nazionale sullo spettacolo, Fioravante Cozzaglio e Pietro Longhi, che hanno indicato le motivazioni del ricorso, mentre l’amministrazione pubblica era rappresentata dall’assessore regionale alla Cultura Giulia Rodano, dall’assessore alle Politiche Culturali del comune di Roma Silvio Di Francia e della provincia Vincenzo Vita, dall’onorevole Pietro Folena, Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, e dall’onorevole Alfonso Gianni, Sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico.
Diversi gli interrogativi emersi nel corso del convegno. Si può equiparare la produzione culturale con altri settori produttivi che partecipano alla composizione del PIL? Nel campo dello spettacolo, è da preferire una gestione statale o di mercato? Qual è l’impatto del sostegno statale sulla cultura? L’intervento pubblico, un tempo garanzia d’accesso al sapere, sta forse diventando soltanto una modalità di controllo della politica culturale?
Nel dibattito, molti gli spunti di riflessione e diverse le opinioni emerse. Se da un lato si ritiene necessario l’”aiuto di Stato” alla cultura, come previsto anche dall’UNESCO, dall’altro il “prodotto culturale” risulta, come prodotto, ambiguo. Infatti, pur operando nel mercato, può essere oggetto di posizioni dominanti e monopoli, pubblici o privati che siano.
Si è convenuto sulla necessità di garantire trasparenza nella ripartizione del finanziamento pubblico a tutti livelli di governo, individuando criteri e modalità di distribuzione delle sovvenzioni agli eventi culturali.
Il punto centrale del dibattito appare determinato dalla presenza, sempre più incisiva, degli enti locali nella gestione di attività culturali attraverso la costituzione di società, a capitale completamente o parzialmente pubblico, che erogano “in house” servizi dal contenuto culturale. Il rischio è che gli stessi enti locali vadano, in un certo senso, a sostituirsi agli operatori privati dell’industria dello spettacolo, creando effetti distorsivi sulla concorrenza.
Al fine di valorizzare il “bene spettacolo” si propongono due livelli di azione. Il primo incentrato sul riconoscere la “specialità” delle imprese che operano nella cultura, fornendo loro uno “statuto” ad hoc e stabilendo determinate norme che regolino il settore. Il secondo basato su un rivisitato indirizzo delle risorse pubbliche che, intervenendo in maniera diretta o indiretta, possano promuovere la sperimentazione e permettere alle imprese di spettacolo di operare.


 


 

Tre giorni a Volterra per la charta dei rifugiati
L'incontro-convegno organizzato dallo hidden theatre
di Elena Cerasetti

 



il 6 novembre sono partita in direzione di volterra, dove sapevo essere in programma un’iniziativa piuttosto particolare. sono partita per portare un piccolo supporto, sono tornata con una testimonianza preziosa.

nei giorni 8-11 novembre 2007 si è tenuto a volterra l’incontro-convegno the charta of volterra. new roads for refugee policy (la carta di volterra. nuovi percorsi per i rifugiati) sui diritti dei rifugiati e dei richiedenti asilo, organizzato dal gruppo di teatro-reportage teatro di nascosto/hidden theatre, guidato da annet henneman e gianni calastri che, da anni, lavorano sul doppio binario del teatro e della documentazione/informazione.
the charta of volterra è stata curata in collaborazione con inlia foundation, un’organizzazione olandese che si occupa dei diritti dei rifugiati, che ha redatto il documento di partenza.

“al di là della normativa esistente a livello internazionale, permangono comunque molte divergenze all’interno dei singoli paesi facenti parte dell’unione europea. il più delle volte la richiesta d’asilo è viziata dai rapporti che il singolo paese intrattiene con quello di provenienza del richiedente asilo” spiegano annet henneman e gianni calastri, che esattamente da dieci anni lavorano nella bellissima città toscana. “la carta di volterra da noi proposta non è altro che la riaffermazione di alcuni diritti fondamentali già contenuti nella dichiarazione universale dei diritti umani e il tentativo di creare una nuova collegialità attorno a questo tema”.

il convegno ha avuto un antecedente molto particolare. la rappresentazione, piuttosto concreta, del percorso di un immigrato/a che approda, da qualunque parte del sud del globo, sulle coste italiane.
se ce la fa, ovviamente.
gli attori, provenienti a loro volta da diverse parti della terra (algeria, argentina, bolivia, iraq, francia, italia, kurdistan iraqeno, kurdistan turco, olanda), dopo essere giunti su una barca nei pressi della spiaggia di bibbona, si sono gettati in mare e hanno cercato di raggiungere la costa.
lo sbarco di bibbona mirava ad attrarre l’attenzione dei giornalisti sull’iniziativa menzionata all’inizio.

la tre giorni di dibattito, invece, ha avuto come protagonisti alcuni parlamentari europei, provenienti da vari paesi dell’unione, che hanno lavorato con la finalità di trovare una linea programmatica comune nei confronti dei richiedenti asilo. durante le varie sessioni di lavoro, numerose sono state le incursioni teatrali.
anzi, l’intero convegno è stato “inaugurato” da un tappeto bianco di corpi sdraiati, ammucchiati, silenziosi. i corpi degli attori che, durante le sere del week-end, hanno portato in scena in doppia lingua (inglese e italiano) nel teatro persio flacco, città in guerra. kirkuk con la regia di annet henneman, basato su stralci dei diari che annet raccoglie durante i suoi viaggi in queste difficili parti del mondo.
il bianco, il segno dei loro corpi.

il teatro-reportage di teatro di nascosto si impegna da anni a dar voce a chi non ce l’ha, portando in scena le storie di coloro che vivono situazioni di guerra, di violenza, di tortura.
senza perdere di vista la finalità politica dell’incontro e con il supporto di testimonianze, video e azioni teatrali, teatro di nascosto ha fatto semplicemente parlare i diretti interessati, i rifugiati e le loro sofferenze, spesso dimenticati da un mondo troppo occupato a rappresentare se stesso.
per dare ulteriore forza all’iniziativa è già in calendario la seconda edizione di charta, a groningen (olanda) in maggio, dove si rilanceranno le proposte convenute a volterra.

so solo una cosa. giravo per una città piccola, magica, isolata a sua volta, immersa nell’alabastro; ed ero circondata da un mare di lingue diverse fra loro; ero colorata da musica, cibo, profumi, sguardi diversi dai miei.
e non mi sono mai sentita così a casa.

per i curiosi: www.teatrodinascosto.it/


 


 

Il 1939 dei Sacchi di Sabbia
Cinque ipotesi di scena di Giovanni Guerrieri
di Andrea Lanini

 

Non ingannino la patina cinematografica e le aperture al riso: sono del tutto apparenti, posticce, ingannevoli. Ci sono, è vero, la parodia, lo sberleffo, la caricatura. Ci sono anche un divertito spaziare tra stili/generi diversi e deliziosi escamotage linguistici che sfaccettano il testo giocando coi grandi classici del teatro. In realtà, però, mai lo sguardo dei Sacchi di Sabbia era stato così impietoso. Come sempre, è rivolto verso di noi, che mentre li guardiamo muoversi sul palco siamo portati a cercare tra le loro ombre il riflesso di noi stessi. 1939, il loro ultimo lavoro, ci racconta da dentro. Parla di noi, dei voli pindarici che amiamo compiere sulle nostre memorie patrie, della nostra capacità di digerire e dimenticare tutto. Lo fa in maniera dura, girando il coltello nelle piaghe della nostra coscienza civile. È uno spettacolo politico: ma politico per sottrazione, per prospettive ribaltate. Non ciò che dovremmo essere, ma ciò che crediamo di essere (e invece non siamo mai stati).
1939, un simbolo fatto di numeri, l’ultimo passo prima del burrone, poi la guerra. Che si intuisce, ma non si vede. Il Ventennio invece fa capolino, con la sua logorroica retorica da petto in fuori: però potrebbe anche non esserci. Se fossimo stati nel 1914, o nel bel mezzo degli anni di piombo, sarebbe stato lo stesso. Perché questi cinque quadri scritti da Giovanni Guerrieri, queste cinque “Ipotesi di scena” giustapposte e tenute insieme da un meccanismo basato sulla suspense raccontano soprattutto una cosa: cambiano le epoche, ma noi restiamo sempre uguali a noi stessi. Sempre così alla ricerca di miti, gesti eroici (come quello di Gaetano Bresci), ansie di liberazione; ma anche disposti a dimenticare tutto per il bel viso di un divo del cinema (Amedeo Nazzari). Sempre così affascinati dall’ideale, ma anche così indifferenti ai suoi presupposti. Sono tutti lì, i Sacchi - Giovanni Guerrieri, Giulia Gallo, Gabriele Carli, Enzo Illiano – per confezionarci un falso storico che potrebbe anche essere stato vero (in fondo è vero tutti i giorni). Un fantomatico ministro sta arrivando in una cittadina di provincia per una visita ufficiale: un gruppo di anarchici gli sta preparando un attentato. Forse riuscirà, forse no. Non è questo ciò che conta. Ciò che conta è il nostro modo di guardar scorrere la Storia: dalla finestra. Ciò che muove le nostre vite ci piace farcelo raccontare dagli altri: da Nazzari ma anche da Amleto, da Ibsen ma anche da Salgari. Così, alla fine, niente è successo ma tutto poteva succedere: l’importante è che qualcuno ce lo rappresenti, meglio se con belle parole o una bella faccia. Si esce con una consapevolezza: la distanza che corre tra i silenzi di Tràgos e la fiction di 1939, tra quel nichilismo e questa loquacità iperattiva è fatta dello stesso vuoto.


 


 

Quando Paul Klee incontra Robert Walser
Zeugen di Georges Aperghis
di Fernando Marchiori

 

I passi composti e solitari di Robert Walser lungo le strade di Berna non hanno mai incrociato quelli, certo più esuberanti e colorati, di Paul Klee. Quasi coetanei, entrambi nati e cresciuti nella capitale svizzera, i due non si conoscevano ma percorrevano sentieri artistici non sempre così lontani. Gli abbozzi di personaggi walseriani, quelle figure che a Walter Benjamin parvero di “inumana, imperturbabile superficialità”, si adattano infatti benissimo a certe “miniature” di Klee, alle silhouette tratteggiate con la ritrovata serietà di un gioco infantile, e ancor più ai burattini che il pittore realizzò tra il 1916 e il 1923 per il figlio Felix. Sono pupazzi semplici e colorati che assemblano materiali di recupero, elementi poveri ed eterogenei, per dare vita a personaggi solo in apparenza puerili. Nel teatrino domestico comparvero tra gli altri “il signore e la signora Morte”, “il fantasma spaventapasseri”, un “poeta coronato” e persino un deformato autoritratto dell’autore.
L’idea di combinare questi fantocci grotteschi con gli schizzi narrativi di Walser è venuta a Georges Aperghis, il compositore greco-francese da anni impegnato in una interessante reinvenzione delle forme del teatro musicale. Fin dal 1976, quando fondò a Bagnolet l’Atelier Théâtre et Music (ATEM), Aperghis crea opere “totali”, alla cui drammaturgia concorrono autonomamente e con la stessa importanza tanto gli elementi strettamente musicali (vocali e strumentali) quanto quelli scenici e gestuali. Nel nuovo spettacolo, intitolato Zeugen e presentato al 51° Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia dopo il debutto nell’ambito dei Wittener Tage für neue Kammermusik, l’equilibrio sembra raggiunto.
Quattro i piani di sviluppo dello spettacolo. Il primo è quello dei musicisti dell’ensemble impegnato, sotto la direzione di Zsolt Nagy, a sostenere sonorità calde e ritmiche continuamente scomposte e rilanciate in una fitta partitura di citazioni colte e richiami popolari: Marcus Weiss (Sax contralto), Ernesto Molinari (clarinetto basso), Teodoro Anzellotti (fisarmonica), Françoise Rivalland (cimbalom) e Mathilde Hoursiangou (pianoforte) creano un impasto acustico dalle forti tinte espressioniste, che ben si conciliano con la performance della cantante-attrice Salome Kammer (già tra gli interpreti di Heimat di Edgar Reitz). La sua prova, ai limiti del virtuosismo, si muove su un secondo livello che comprende anche la voce narrante di Christopher Widauer. E’ lui ad animare i pupazzi (terzo livello) o meglio è lui a far girare intorno a essi una microtelecamera fissata a un’asta, rendendo così l’idea del movimento dei burattini, che in realtà sono quasi sempre fermi, al massimo spostati lungo il boccascena di una sorta di larga baracca nera. Ricostruiti dagli studenti del HKB (Hochschule der Künste Bern) con la consulenza del Zentrum Paul Klee, i fantocci sono stati realizzati in scala raddoppiata rispetto agli originali e vengono a loro volta ingranditi dalle riprese proiettate sullo schermo al di sopra del teatrino (quarto livello). Qui una complessa partitura dello sguardo – in parte aleatoria, in parte fissata ed estesa dalle inserzioni video di Daniel Lévy – scruta i burattini, li doppia con un ritmo che contraddice la musica, ne inquadra il volto insieme a quello del burattinaio, ne indaga dettagli, segni, ombre, svelando i segreti dell’invenzione di Klee: i pigmenti, la trama dei tessuti, le concrezioni, la piega posticcia, il campanellino metallico che fa da pupilla in un’orbita cava. Quasi una “vivisezione visiva” dei pupazzi che fa sembrare burattineschi anche i piani spettacolari sottostanti. Cantati o recitati, i frammenti walseriani diventano allora la memoria dei burattini, gli scorci surreali di un passato che riaffiora anche nei suoni evocativi e strappati dell’accordéon e del cimbalom tzigano, nelle movenze meccaniche della Kammer, nel dialogo sonnambolico tra gli elementi in scena.


 


 

Un nuovo spazio virtuale per la documentazione e la sperimentazione teatrale
e-theatre.net da un’idea di Simone Carella e Ulisse Benedetti
di Andrea Balzola

 

Simone Carella, protagonista delle vicende dell’avanguardia teatrale romana dalla fine degli anni Settanta a oggi, come organizzatore, ideatore di eventi e rassegne di teatro e poesia, drammaturgo e regista, ha avviato quest’autunno un nuovo progetto in progress molto interessante, in collaborazione con il direttore del Colosseo Nuovo Teatro Ulisse Benedetti, a cui sta lavorando da tempo: l’”e-theatre”, il teatro elettronico. L’idea è semplice (anche se non altrettanto può dirsi della sua realizzazione) : creare una sorta di “You Tube” del teatro, cioè un portale sulla Rete, dotato di un server autonomo, costituito da una sezione di documentazione delle attività dei gruppi e delle compagnie teatrali, che potranno senza alcuna selezione preventiva registrarsi gratuitamente nel sito, fornendo il materiale audiovisivo di cui dispongono. Alcuni minuti di visione dei loro materiali on line sarà visibile e scaricabile gratuitamente, per una visione integrale si dovrà invece pagare una quota (che andrà a coprire in parte i costi del sito e in parte i diritti d’autore alle compagnie). Accanto a questa che potrebbe diventare una prima mappa virtuale della produzione teatrale italiana (estendibile anche alla danza), potrebbe poi affiancarsi anche un report informativo sulle stagioni di tutti i teatri italiani e sulle attività dei circuiti teatrali regionali.
Una seconda sezione del portale, già attiva, è invece dedicata alla trasmissione, in diretta o differita, degli eventi performativi (teatro, danza, poesia, etc) che si svolgono e si svolgeranno sul palcoscenico della nuova sede del Colosseo Nuovo Teatro in Via Capo d’Africa 29, un laboratorio virtuale e reale “no stop” che gli ideatori definiscono “Playhouse market”. In modo tale che eventi in genere limitati nel tempo e nello spazio a un pubblico ristretto possano essere fruiti più diffusamente e liberamente, lasciando traccia nella memoria del Portale. Lo spazio è stato inaugurato quest’estate con un omaggio al poeta e drammaturgo Elio Pagliarani, con la lettura integrale della sua opera poetica, e una serie di “Master Class” di poesia con seminari tenuti da noti poeti, a cura di Andrea Cortellessa, con reading a dura di Nanni Balestrini e altri. Il luogo teatrale diventerebbe dunque uno spazio bifronte, reale e virtuale nello stesso tempo, senza perdere i connotati di presenza caratteristici del linguaggio scenico, ma anche proiettato in una dimensione di riproducibilità e diffusione globale. Finalmente dice Carella, intorno a tematiche o celebrazioni di grandi autori, si potrebbero raccogliere in video dei contributi di pochi minuti di tanti autori o gruppi che pur non avendo budget per creare spettacoli interi possono realizzare studi, idee e frammenti della loro ricerca poetica, riprendendoli anche in casa, in metropolitana o per strada, poi “scaricandoli nello spazio virtuale” di e-theatre e offrendoli al giudizio del grande pubblico della Rete. Non è un’idea che nasce sull’onda della moda attuale verso tutto ciò che è “on line”, ma che ha origini lontane, fin da quando Carella gestiva il mitico Beat ’72 e immaginava di creare una “Tele-Beat”, trasformando i piccoli palcoscenici delle “cantine teatrali” romane in piccoli set televisivi per trasmettere a un più largo pubblico quanto accadeva nell’underground capitolino. Un’altra bella idea di Carella, non ancora realizzata, era di fare una Fiera campionaria del Teatro, con tanti stand in cui le compagnie potessero presentare il loro lavoro. Adesso il mondo digitale della Rete viene in aiuto per allestire uno spazio libero per il teatro, soprattutto quello di ricerca e sperimentazione che tanto sta soffrendo negli ultimi anni per mancanza di sostegni produttivi e distributivi.


 


 

PostModerno (bonus track annisettanta)
da “il Patalogo 5/6”, Ubulibri, Milano, 1983, pp. 166-169
di Oliviero Ponte di Pino

 

E' in corso alla Triennale di Milano la mostra annisettanta. La sezione Nel labirinto del teatro è curata da Oliviero Ponte di Pino, che ha creato anche una versione online con il minisito I labirinti del teatro@annisettanta.
Per i lettori di ateatro, abbiamo recuperato un testo vintage che richiama l'atmosfera dell'allestimento in Triennale.


Il PostModerno come negazione dell’idea stessa di avanguardia o, paradossalmente, ennesima variazione sul tema? E la performance, espressione per eccellenza del PostModerno nell’ambito della rappresentazione, è effettivamente PostModerno? E insomma, il PostModerno, a teatro e fuori, è veramente PostModerno?

“Cretesi, eterni bugiardi, cattive bestie, e ventri voraci”. (S. Paolo, Tito, 1, 12)

Sbarcato a Creta dopo un’avventurosa navigazione, seppi dal mio ospite Epimenide che l’isola era abitata da due tribù rivali, quella dei Moderni, seguaci dei grandi sistemi filosofici ottocenteschi, che si dicevano in grado di ridurre la molteplicità del mondo all’unità del pensiero, e quella dei Post Moderni, che tale prospettiva negavano o ritenevano superata.
Il buon Epimenide, al termine di un ricco banchetto, aggiunse che mi sarebbe stato utile sapere distinguere gli uni dagli altri, ma che non sarebbe stato facile. Ritiratomi nella stanza che il mio ospite aveva preparato, non riuscii a prendere sonno. Non bastava, pensavo, chiedere all’isolano a quale tribù appartenesse. Infatti una teorizzazione dei PostModerno (qualunque sia la definizione che otteniamo), ottiene come risultato solo un altro di quei sistemi “Moderni”, superati o rifiutati dal PostModerno. Quindi il seguace del PostModerno non potrà che cercare indizi di PostModerno nel Moderno o, al contrario cercare indizi di Moderno nel sedicente PostModerno. Mi sembrava dunque di aver trovato un sistema per smascherare i finti PostModerni, e per di più, pur non essendo un indigeno, mi ero scoperto PostModerno mio malgrado. Doppiamente rassicurato mi addormentai.

Scritto l’apologo, sono rimasto un attimo a riflettere. Non è difficile scoprire quanto post-moderno involontario ci sia nel moderno, e neppure compiere l’operazione inversa: e infatti molti già lo fanno. Ho dunque cercato di fare un passo in un’altra direzione: ho cercato cioè di guardare il post-moderno con gli occhi di un moderno che osserva il pre-moderno. In altre parole, ho preso in considerazione un certo tipo di operazione artistica, che possiamo definire “performance post-moderna” - è un termine ovviamente di comodo, molti degli interessati rifiuterebbero a ragione quest’etichetta, e ancor meno accetterebbero i loro compagni di cordata - e ho cercato di analizzarla con gli occhi di un antropologo impegnato nello studio di una delle cosiddette società “primitive”, “selvagge”. Ho utilizzato come traccia i primi tre capitoli del Pensiero selvaggio di Claude Lévi-Strauss (l). Al quarto mi sono fermato, un po’ perché il gioco iniziava a mostrare la corda; e poi l’inizio del capitolo (Lo scambio delle donne e lo scambio dei cibi... ) mi avrebbe imposto di avventurarmi su un terreno eccessivamente personale, nel privato dei gruppi, e ho preferito astenermi.

Nel primo capitolo del Pensiero selvaggio, Lévi-Strauss mette in rapporto il bricolage - detto in Italia più volgarmente “fai da te” - e il metodo con il quale i primitivi organizzano i loro miti, la loro concezione del mondo, il loro linguaggio, la loro società, e in definitiva il loro pensiero e le sue regole.

Per bricoleur si intende chi esegue un lavoro con le proprie mani, utilizzando strumenti diversi rispetto a quelli usati dall’uomo del mestiere.

Anche il performer predilige strumenti molto diversi da quelli utilizzati in genere dall’uomo del mestiere, che in questo caso potrebbe essere il regista teatrale (o, se si vuole seguire un’altra linea genealogica, il pittore o lo scultore). Il repertorio strumentale utilizzato in genere negli spettacoli teatrali tradizionali comprende degli attori, delle scene (magari con quinte e fondali) e soprattutto un testo intorno al quale si coagulano voce e gesto. Questi stessi elementi li possiamo ritrovare anche all’interno delle performance, dove però l’universo strumentale colpisce innanzitutto per la maggior ampiezza, per l’uso di tutta una gamma di “attrezzi” molto più ampia. Si tratta di un vero e proprio arsenale, un armamentario di supporti tecnici che col teatro tradizionale hanno poco a che fare, o che in teatro sono stati utilizzati in maniera episodica e in ruoli marginali - cioè come ulteriore supporto all’ allestimento di un testo drammatico all’interno di una forma-spettacolo già codificata. Qui hanno invece un ruolo di primo piano, anzi sono spesso i veri protagonisti dello spettacolo. Il performer, oltretutto, utilizza questi supporti tecnici con il sistema tipico del bricoleur.

I materiali del bricoleur sono elementi che si possono definire in base a un duplice criterio: sono serviti, quali termini di un discorso che la riflessione mitica smonta come il bricoleur smonta una vecchia sveglia; e possono ancora servire per il medesimo uso, o per un uso differente se appena si modifica il loro primitivo funzionamento.

Si tratta, a seconda dei casi, di proiettare spezzoni di filmati o video in un spettacolo teatrale - e quindi utilizzarli in un contesto diverso, ma mantenendone la funzione originale; oppure di utilizzare diapositive e film come elemento scenografico o come fonte di illuminazione. Ma ci si trova spesso di fronte a proiezioni di immagini rotanti, sovrapposte, sparate di sghembo su una parete in modo da vanificare le leggi della prospettiva, sviate insomma dal loro uso originale. Anche i suoni subiscono lo stesso “trattamento”, un processo che ne altera la natura: un brano musicale o di parlato, dopo essere passato attraverso uno o più filtri acustici (sintetizzatori, echi, riverberi, ritardi e distorsioni) può essere riutilizzato in maniera diversa da quanto originariamente previsto: per esempio un brano parlato si trasforma in sottofondo “musicale”.

Si potrebbe essere tentati di dire che l’ingegnere interroga l’universo, mentre il bricoleur si rivolge a una raccolta di residui di opere umane, cioè a un insieme culturale di sottordine. (....) Per il bricoleur si tratta, per così dire, di messaggi pre-trasmessi e di cui egli fa collezione.

Appare subito evidente il rapporto tra questo repertorio di supporti tecnici e l’universo dei mass-media (vedi tab. 1): il performer in genere non fa altro che riciclare, ritrasmettere messaggi già circolanti, già “consumati”. Si tratta dunque di messaggi recuperati da un universo chiuso - quello del “già visto” - dal quale scegliere alcuni elementi da riassemblare e riutilizzare in un contesto diverso.



Altra fonte per il performer è la cosiddetta “arte d’avanguardia”, ovvero i prodotti della ricerca e della sperimentazione artistica degli ultimi vent’anni. Non si possono dimenticare incursioni in un passato più lontano, anche se oggi quasi tutte le opere d’arte, passato un sufficiente lasso di tempo, vengono fagocitate e riciclate dai mass-media.
Non sorprende neppure l’accenno di Lévi-Strauss all’insieme culturale di sott’ordine. È infatti frequente il ricorso a forme culturali minori, di basso consumo (e in questo ambito bisognerebbe inserire anche molto cinema, molta tv, eccetera) che riciclano espressioni culturali di più alto livello.

Per quanto infervorato, il suo modo di procedere è inizialmente retrospettivo: egli deve rivolgersi verso un insieme già costituito di utensili e di materiali, farne e rifarne l’inventario, e infine, soprattutto, impegnare con esso una sorta di dialogo per inventariare, prima di sceglierne una, tutte le risposte possibili che può offrire al problema che gli viene posto.

Anche la performance, prima ancora di arrivare al problema (ammesso che ne esista uno), ha come necessità quella dell’elenco, dell’inventario. Non è difficile trovare esempi: “un filmato distorto, ruotante per la sala, profili luminosi tracciati da diapositive e proiettori, geroglifici di tubi al neon”, ovvero una performance (Quiescente obliqua di Ferruccio Ascari) costituita in primo luogo da un inventario delle possibili fonti di illuminazione. O ancora, “un excursus suggestivo e frastagliato, dove le sonorità acide e corrosive di Lou Reed, Iggy Pop, Eric Clapton o della Larry Martin Factory ben si amalgamano con il glaciale estetismo dei Dire Straits e dei Lieve Wire e dove i soffici e arabescati stilemi di Peter Gabriel e di John Martin bene si accoppiano con i freddi razionalismi dei Simple Minds e le pesanti strutture degli Stranglers e dei sudisti Lyynyrd Skynyrd” (2), ovvero una colonna sonora costituita da una vera e propria hit parade da cui nulla, se possibile, deve restare escluso (per Linea d’ascolto del Teatro Ipadò).
Del resto si potrebbe formulare l’ipotesi che tutte le performance non siano altro che un elenco di media: teatro, cinema, tv, nastri, ma anche gesti, corpi, telefoni, polaroid eccetera. Questa mania dell’inventario, che riflette la necessità di orientarsi, di ordinare un mondo, è tipica della performance, ma si riflette anche nel modo di procedere dell’antropologo che, prima di tutto, deve compilare liste di nomi, persone, oggetti, ricostruire il lessico dei suoi “selvaggi”. Di qui alla tentazione di costruire un “lessico generale” della performance, il passo è stato breve (vedi tab. 2).



Ho proceduto più che altro a memoria, compilando tabelle delle parole e degli oggetti che ricorrono negli spettacoli, in dichiarazioni, interviste, programmi di sala. Ritroviamo altre indicazioni sul modo di procedere del performer in questo brano, peraltro già citato:

I materiali del bricoleur sono elementi che si possono definire in base a un duplice criterio: sono serviti, quali termini di un discorso che la riflessione mitica smonta come il bricoleur smonta una vecchia sveglia; e possono ancora servire per il medesimo uso, o per un uso differente se appena si modifica il loro primitivo funzionamento; né le immagini del mito, né i materiali del bricoleur provengono dal divenire puro. Quel rigore che sembra mancare loro quando li osserviamo nel momento del loro nuovo impiego, essi l’hanno posseduto di anzi, quando facevano parte di altri insiemi coerenti; e, quel che più conta, continuano a possederlo nella misura in cui non sono materiali bruti, ma prodotti già lavorati.

Da questo punto di vista, il procedimento del performer è affine a quello dell’artista pop: prende un elemento per trasferirlo in un contesto diverso da quello originale. Con questo processo, da una parte l’elemento in questione, pur non perdendo il suo valore (al limite, neppure il suo valore d’uso) ne acquista, in sovrappiù, uno nuovo. E contemporaneamente, il contesto, l’insieme in cui questo elemento viene inserito, proprio con l’aggiunta di questo nuovo elemento, subisce anch’esso una trasformazione. L’insieme dei messaggi trasmessi dai mass-media - il che significa, in altri termini, il nostro universo, la “civiltà dello spettacolo” di cui la performance vuole essere uno specchio, anche se parziale - non costituisce, da un certo punto di vista, un vero e proprio sistema: non è rigidamente gerarchizzato, sembra essere in grado di inglobare qualsiasi elemento estraneo, qualsiasi “novità”... Ma agli occhi del performer proprio per queste sue caratteristiche, appare come un universo chiuso, impenetrabile, dotato di una sua forza, di un suo rigore, di una sua coerenza assolutamente indecifrabili. Si tratta dunque di assimilare parte di questa forza con un rito magico e mimetico, assimilandone alcuni elementi, ricostruendo alcune delle sue caratteristiche e proprietà, insomma, ricreando “in vitro” un campione di questo universo. Anche se poi la costruzione che ne risulta, obbedendo in qualche modo a regole “estetiche”, “architettoniche”, risulta troppo rigorosa, troppo rigidamente strutturata rispetto all’universo che pretende di ricostruire. Obbedendo a un criterio selettivo non può avere il carattere onnivoro e onnicomprensivo del suo vago modello, mentre se giudicata da un punto di vista
puramente “estetico”, la performance sembra al contrario non obbedire a alcuna regola, o a regole troppo elastiche, indefinite. Da questo dipende forse quell’ effetto di eccessiva e contemporaneamente insufficiente coerenza che molti dei suoi critici e spettatori rilevano nella performance.

Il secondo capitolo è incentrato soprattutto, come indica il titolo, sulla

logica delle classificazioni totemiche.

Senza entrare nella discussione, ormai secolare, sul significato del termine totemismo, possiamo crearci una definizione di comodo, considerando il totemismo un sistema di credenze mediante il quale l’individuo si mette in relazione con un’altra entità (spesso si tratta di animali, ma tra i totem vi sono anche oggetti, concetti astratti, malattie, perfino sentimenti ... ). Nei confronti di questa entità, che ha il compito di proteggerlo e tutelarlo, l’individuo ha certi obblighi e proibizioni. Abbiamo già accennato al rapporto di simpatia magica tra la performance e l’universo dei messaggi, ma non sfugge a questo punto il significato altrettanto magico che viene assegnato dal performer a diversi oggetti, concetti, idee: spesso sembra quasi che il semplice fatto di utilizzare uno o più di questi totem offra una garanzia a priori della validità del proprio lavoro.
Un performer può usare come totem il cinema, cercando di strutturare la sua esibizione utilizzando un “linguaggio cinematografico”, o più semplicemente utilizzando una singola pellicola come riferimento all’intero mondo del cinema. Ma può anche usare come totem, scegliere quel singolo film, quel singolo regista, mettendolo in contrapposizione con tutti gli altri. O i mass media in generale. Sembra un universo caotico, in cui tutto equivale a una sua parte (da un certo punto di vista, uno spezzone di pellicola equivale all’intero universo dei film), anche se poi una gerarchia si può ricostruire a posteriori: è quanto ho cercato di fare, raggruppando le parole chiave in famiglie, gruppi che evidenziassero le affinità, le caratteristiche comuni dei vari elementi.
A questo punto mi sono trovato di fronte a un sistema piuttosto complesso, caotico, che non rende conto di due fattori: prima di tutto del modo in cui da questo universo si generi la singola performance, e in secondo luogo (e questa è una conseguenza) del tipo di organizzazione da dare allo schema.

Se si tiene conto della ricchezza e della varietà del materiale bruto di cui solo alcuni elementi, tra i tanti possibili, sono usati dal sistema, non c’è dubbio che un considerevole numero di sistemi dello stesso tipo avrebbero offerto una uguale coerenza e che nessuno di essi è predestinato a essere scelto. (...) Il significato dei termini non è mai intrinseco, ma soltanto di posizione, ossia è funzione della storia e del contesto culturale, e, insieme, della struttura del sistema in cui esse compaiono.

Si tratta dunque di vedere come mettere in rapporto tra loro i vari elementi. Ho tracciato prima di tutto (vedi tab. 2) una serie di relazioni che definirei “di affinità” tra i gruppi, o elementi di gruppi diversi, o tra un gruppo e un elemento (mettere in contatto entità di livello differente, come gruppo ed elemento, è una operazione possibile, visto anche quanto dicevo prima sulla mancanza di una gerarchia, cioè sull’equivalenza tra i vari totem). Si tracciano così dei passaggi obbligati, delle linee preferenziali secondo le quali il performer si può muovere: queste linee permettono dato un elemento, di trovarne altri a esso affini.

Le logiche pratico-teoriche che regolano la vita e il pensiero delle cosiddette società primitive sono mosse dall’esigenza di scarti differenziali (. .. ) Il principio logico è di poter sempre opporre dei termini, che un impoverimento preliminare della totalità empirica permette di concepire come distinti.

Il primo passo è dunque l’estrazione di alcuni elementi dalla totalità empirica: e ne risulta una scelta degli elementi della tab. 2. Si crea dunque una prima opposizione tra questo gruppo (e al limite del gruppo comprendente tutti gli elementi della tabella, che traccia la mappa di una possibile “performance delle performance”) e la totalità degli altri elementi, che costituiscono, se si vuole, l’universo della civiltà di massa, dell’informazione diffusa, del consumo. In altri termini si tratta dell’esistente, del mondo nella sua contemporaneità. La scelta che isola alcuni elementi da questa totalità è di tipo “estetico”: si tratta di apprezzare più o meno determinate intensità, determinate sensazioni, di ritrovarsi in un’immagine, in una situazione (sociologica, generazionale, eccetera). Quello del “scelto” all’interno del quale il “nuovo” assume quasi sempre una connotazione positiva - costituisce dunque un insieme privilegiato in rapporto al “non-scelto”. Questo insieme “scelto” viene poi inserito a forza in un altro sistema: entra infatti a far parte di un fatto estetico. E si tratta in genere di elementi esclusi, o per lo meno non ancora accettati, dai “fatti d’arte”. In questo modo, assumono una ulteriore valenza positiva nei confronti di un insieme chiuso e sclerotizzato, nei confronti del quale appaiono come elementi appartenenti al mondo esterno, veri, “reali” .
Contemporaneamente si genera un altro movimento, parallelo e opposto al precedente. Si tratta, nella performance, di ricostruire un mondo di secondo grado, un mondo che riflette (su) un altro mondo, ponendosi come punto di fuga, come opposizione, riflessione critica, messa a nudo dei suoi meccanismi: e 1’elemento artistico-critico assume dunque una valenza positiva nei confronti del “reale”. Da questo punto di vista l’approccio dell’arte “concettuale”, dove ricorre spesso nell’arte concettuale una riflessione sullo statuto stesso del segno, è esemplare. Come esemplari sono tutto un settore di sperimentazione estetica sulla percezione e sul rapporto con i nuovi mezzi di comunicazione (e spesso la performance non è altro che “pratica” della riflessione sui media di Mc Luhan).
In questo secondo aspetto si concentra la tensione ideologica della performance, come momento di riflessione, presa di coscienza. E tra l’accettazione dell1’esistente (e anzi, spesso la sua esaltazione, la promozione al rango di “fatto estetico”) e una sua critica serrata e puntuale si trova eternamente sospesa la performance. Per uscire da questa contraddizione, si può imboccare con decisione una di queste due strade. Oppure, cercare altrove altre, e più fruttuose, contraddizioni.

NOTE

l. Tutte le citazioni in corsivo sono tratte da Claude Lévi-Strauss, Il pensiero selvaggio, Il Saggiatore, Milano 1964, 1979 (7a ed.)

2. Giampaolo Rizzotto (da “L’Arena”, 29 aprile 1981).


 


 

Il nuovo disco e il nuovo spettacolo di Giangilberto Monti (con l'involontario debutto di Oliviero Ponte di Pino nel rutilante mondo della musica)
Renato Curcio e Mara Cagol ovvero Un po' dopo il piombo
di Fortalamo

 

Tratto dal suo ultimo spettacolo, esce in distribuzione unicamente digitale il nuovo album di Giangilberto Monti, Ce n'est qu'un début, ispirato al noto slogan del maggio '68 (Non è che l'inizio). In undici canzoni una riflessione sugli anni Settanta, dalla nascita della contestazione giovanile nella facoltà di Sociologia di Trento alla genesi delle Brigate Rosse, ma anche ricordi, amori, speranze e tanta voglia di futuro.

IL DISCO
In uscita su i-Tunes e nei principali shop digitali nell'autunno 2007, questo disco di inediti in italiano, il primo dopo molti anni, è tratto dall'ultimo spettacolo dello chansonnier milanese, Un po' dopo il piombo. Con la collaborazione agli arrangiamenti del chitarrista Massimo Germini e un sound ormai consolidato - tra jazz, folk e canzone d'autore - gli stessi musicisti che hanno accompagnato dal 1997 la ricerca di Monti sulla canzone francese (il contrabbasso di Marco Mistrangelo, la batteria di Johannes Bickler, il pianoforte di Diego Baiardi) e altri ospiti: la piva emiliana di Jessica Lombardi, la ghironda di Caroline Tallone, la fisarmonica di Roberto Carlotti, e altro ancora... il tutto mixato da Massimo Faggioni. Tra i brani dell'album, Dopo il piombo è tratto da uno scritto del critico e studioso teatrale Oliviero Ponte di Pino, su musica del pianista jazz Gaetano Liguori, mentre La mia razza, firmata con Mauro Pagani e composta per Mia Martini nei primi anni Novanta, viene per la prima volta eseguita dall'autore. L'uscita dell'album precede di poco la ripresa dello spettacolo su Milano, dopo i successi di Genova e Roma della stagione scorsa.

LO SPETTACOLO
A metà degli anni Sessanta Renato Curcio e Margherita Cagol detta Mara si incontrano, si conoscono, si innamorano, si sposano e danno vita alla più nota formazione politica armata degli anni Settanta: le Brigate Rosse. Durante quegli anni cambia la scuola, il lavoro, la politica e il paese intero. E´il mito della rivoluzione e della felicità, del maggio francese e dei suoi slogan - Ce n'est qu'un début - ma anche dei cattivi maestri e delle pistole che sostituiscono i fiori. Ed è anche il racconto di un nuovo modello di università nata in una delle città più tranquille del paese, Trento, dove la follia prevale lentamente sulla voglia di libertà, si propaga a macchia d'olio e spegne anche la storia d'amore e di rivoluzione di Renato e di Mara, quando i carabinieri la uccidono in un conflitto a fuoco, il 5 giugno 1975. Da lì in poi gli anni di piombo e una strisciante guerra civile, spazzeranno via i sogni e i colori di generazioni di italiani, che ancora oggi vorrebbero capire cosa è successo e perché.

GIANGILBERTO MONTI
Artista milanese con trent'anni di carriera alle spalle, sempre in bilico fra musica e teatro, dopo la sua lunga ricerca sulla canzone d'autore italiana (Dizionario dei Cantautori, Garzanti, 2003) e l'album sui maudits francesi Léo Ferré, Boris Vian e Serge Gainsbourg, da lui adattati in italiano (Maledette Canzoni, Carosello Records/Warner) ritorna sul mercato discografico ma in versione digitale, perchè se i dischi si vendono sempre meno, non è detto che la musica sia ancora sfinita.

www.giangilbertomonti.it
www.myspace.com/giangilbertomonti
www.fortalamo.it


 


 

Arriva "HYSTRIO" numero 4 • ottobre - dicembre 2007
Il sommario
di Hystrio

 

2 vetrina

Teheran
Libertà d'attore e convenzione islamica
di Roberto Canziani
Censura e autocensura dietro l’incontro di culture e comportamenti diversi - L’attrice Rita Maffei parla dell’allestimento di Cecità di Saramago al Festival Internazionale di Teheran

Greenaway: il teatro? È in forma smagliante
di Margherita Laera
Cineasta visionario e artista multimediale, Peter Greenaway racconta a Hystrio il suo rapporto con il teatro e la performance dal vivo. Da anni, infatti, si dedica a progetti che vanno aldilà del grande schermo, che sfociano spesso e volentieri in palcoscenico. Parlando della sua poetica e dei suoi progetti in Italia e nel mondo, tra cui l’installazione per la reggia di Venaria Reale, ci spiega perché il cinema è morto. E come intende resuscitarlo.

Greenaway/Boddeke
Tutti dicono democrazia: meditazione teatrale in 92 citazioni
di Margherita Laera
Recensione di The democracy speech, di Peter Greenaway e Saskia Boddeke. Regia di Saskia Boddeke. Video di V-factory. Con Peter Greenaway e Jordi Boixaderas. Prod. Change Performing Arts di Milano.

nuovo corso
Con i giovani e l’Europa l’Eti si rinnova
di Pierfrancesco Giannangeli
Il nuovo direttore generale dell’Ente Teatrale Italiano, Ninni Cutaia, illustra priorità e direzioni della sua azione alla guida di una struttura pubblica fase di profonda e radicale trasformazione dopo anni di stagnazione

Scaparro
Tra Venezia e Caserta sognando il Mediterraneo
di Antonella Melilli
Maurizio Scaparro racconta il nuovo Festival del Teatro di Strada di Casertavecchia da lui diretto - Fa un bilancio dei due anni passati alla guida della Biennale, lavora a un film su Pulcinella e progetta una grande festa del Mediterraneo

l’ultima dei Chaplin
C'è Chagall nei sogni di Aurelia
di A M
Recensione de L’oratorio d'aurelia. Ideazione, regia, progetto sonoro, stage design di Victoria Thierrée Chaplin.Disegno luci di Laura De Bernardis e Philippe Lacombe. Dance di Armando Santin. Costumi di Victoria Thierrée Chaplin, Jacques Perdiguez, Veronique Grand,Monica Schwarzl.Con Aurélia Thierrée e Julio Monge. Prod. Management Bureau Dix - Just In Time Management.

Els Comediants
Fantasmagorie della luna
di A M
Recensione di Dedalo Comediants. Spettacolo itinerante della Compagnia Els Comediants.

omaggio alla Ferri
Tosca canta Roma per ricordare Gabriella
di A M
Recensione di Romana. Omaggio a Gabriella Ferri, di Roberto Agostini. Regia di Massimo Venturiello. Scene di Ugo Chiti. Con Tosca e musicisti, Ruggiero Mascellino, Giovanni Mattaliano, Massimo Patti. Prod. Music Show International.

recuperi
Nel mondo girovago dei comici dell'Arte
di Antonella Melilli
Recensione de I balli di Sfessania, testo e regia di Bruno Garofalo dai Gliommeri, dagli Scenari, dai Canovacci dei secoli XVI e XVII. Coreografie di Aurelio Gatti. Costumi di Mariagrazia Nicotra. Con Mario Brancaccio, Virgilio Brancaccio, Fiorenza Calogero, Franco Castiglia,Andrea de Goyzueta, Davide D’Antonio,Giuseppe Parisi,Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini,Sergio Solli,Patrizia Spinosi,Titta Troise, Enrico Vicinanza. Prod.Media Aetas Teatro - Doppia Effe Production.



16 exit

Marcel Marceau
Adieu monsieur Bip
di Domenico Rigotti

Svezia
Addio Bergman, maestro della scena
di Ugo Ronfani

Berlino/1
George Tabori, ironia yiddish per vittime e carnefici
di Roberto Rizzente

Berlino/2
Ulrich Mühe, l’attore-feticcio di Heiner Müller
di Roberto Rizzente

Modena
Ciao, big Luciano!
di Roberto Rizzente

Roma
Perla Peragallo, una morte dimenticata
di R R



20 humour


foyer
The Good Shepherd la nostra vita o quella degli altri?
di Fabrizio Caleffi



21 teatromondo

Londra
Acrobazie tra la vita e la morte
di Delia Giubeli
L’evento dell’estate londinese è il primo festival dedicato al Nuovo Circo, dove trionfa ImMortal07 della compagnia NoFitState Circus con la regia dell’italiana Firenza Guidi, un lavoro che fonde le metodologie dell’avanguardia con il sognante mondo del tendone

Complicité
Incanti matematici fra Oriente e Occidente
di Margherita Laera
Recensione de A Disappearing number, ideato e diretto da Simon McBurney. Scene di Micheal Levine. Costumi di Christina Cunningham. Luci di Paul Anderson. Musiche di Nitin Sawhney. Con David Annen, Firdous Bamji, Paul Bhattacharjee, Hiren Chate, Saraj Chaudry, Divya Kasturi, Cheta Panda, Saskia Reeves, Shane Shambhu. Prod. Complicité,LONDRA - Barbicanbite07,LONDRA - Wiener Festwochen, VIENNA - Holland Festival, AMSTERDAM - Ruhrfestspiele,RECKLINGHAUSEN - Theatre Royal Plymouth.

Edimburgo
Uomini e miti in crisi di identità
di Maggie Rose
Le due rassegne, guidate da nuovi e agguerriti direttori, indagano le ansie e i dilemmi, anche di identità sessuale, dell’uomo contemporaneo, non rinunciando a rintracciarne le origini nel mito, da Euripide ai monaci orientali - Non sono mancati tentativi di rinnovare la drammaturgia, con insolite contaminazioni di linguaggi artistici

Avignone
Il romanzo in scena
di Filippo Bruschi
La sessantunesima edizione del Festival di Avignone affronta la trascrizione teatrale di importanti romanzi del Novecento, con esiti controversi; osserva drammaturghi come Novarina, senza dimenticare artisti dall’ispirazione più fisica, protagonisti di passate edizioni della manifestazione

dal Giappone
Amori e samurai per la magia del Bunraku
di Fi Bu
Recensioni de Honchô Nijyûshiko, marionettista Yuki Magosaburo XII e di Tsuna-Yakata, marionettisti Yuki Magosaburo XII, Yuki Chié. Prod. Compagnia Youkiza, (Giappone).

Portogallo
Almada: tra Atlantico e Mediterraneo
di Roberto Canziani
Vicino a Lisbona, passato il ponte sul Tago, il festival lusitano tende fili verso il teatro dell’intera Europa - Lo alimenta un’atmosfera adatta agli incontri e alla convivialità, che dura da ventiquattro edizioni

Grec/Barcellona
La retorica ripetitiva della Fura dels Baus
di Davide Carnevali
recensione de Imperium de La Fura dels Baus. Drammaturgia e regia di Jürgen Müller e Lluís Fusté. Scene di Alberto Pastor. Costumi di Manuel Albarrán. Luci di Jaime Llerins.Musiche di Martin Zrost. Con Laura Ojer, Gador Martín, Lola López, Valeria Alonso, Florencia Galiñanes, Diana Kerbelis,Marta Roca,Montse Vidal. Prod. Societat Estatal per a l’Acció Cultural Exterior - Ministerio de Cultura (Inaem) - La Fura dels Baus - Festival Grec.

Berlino
Lo spettatore e le due città
di Davide Carnevali
Schaubühne e Volksbühne, due teatri, l’Ovest e l’Est della capitale tedesca, due pubblici, due registi - Viaggio nei più recenti spettacoli dei luoghi simbolo della scena tedesca del ventunesimo secolo

Volksbühne im Prater
Gob squad, spettatori in pasto al video
di Davide Carnevali
Recensioni: ME THE MONSTER (Io, il mostro), della compagnia Gob Squad.Suono di Sebastian Bark e Jeff McGrory.Video di Robert Shaw. Con Johanna Freiburg, Sean Patten, Berit Stumpf, Sarah Thom, Bastian Trost, Simon Will. Prod. Volksbühne im Prater. GOB SQUAD’S KITCHEN (YOU’VE NEVER HAD IT SO GOOD) (La cucina del Gob Squad - Non avete mai mangiato così bene), della compagnia Gob Squad. Scene di Bert Neumann e Chasper Bertschinger.Suono di Jeff McGrory.Video di Miles Chalcraft.Con Johanna Freiburg, Sean Patten, Berit Stumpf, Sarah Thom, Bastian Trost, Simon Will. Prod. Gob Squad.



34 dossier

Piccolo + Strehler = 60+10
a cura di Claudia Cannella
L’occasione, nel 2007, di un doppio anniversario (i 60 anni dalla fondazione del Piccolo e i 10 dalla morte di Giorgio Strehler), ci offre lo spunto per ripercorrere la storia del primo Stabile italiano, zigzagando tra memoria del passato, ma anche presente e futuro, incarnati dalla direzione ormai decennale di Sergio Escobar e Luca Ronconi. È un racconto, necessariamente parziale, che molto riguarda il “padre fondatore” del Piccolo: la sua formazione e i maestri, il metodo di lavoro, gli autori prediletti, gli spettacoli più importanti, i compagni di vita e di lavoro, il rapporto con la drammaturgia contemporanea e la fondazione della Scuola di Teatro.

un testimone d’eccezione
Giorgio, l’incontentabile fuochista amato “mostro” e maestro
di Gilberto Tofano

Il gioco dei potentinti
Il “nuovo mago” di Salisburgo
di Fabio Battistini

gli esordi
Nel laboratorio dell’apprendista stregone
di Andrea Nanni
La riflessione sul rapporto tra teatro e magia e l’idea del regista-alchimista in bilico tra fede (laica) e disperazione nel tentativo di domare una materia volatile attraversano tutto il percorso artistico di Strehler, fin dai primi allestimenti dei Giganti della montagna e della Tempesta

I Giganti vincono sempre, i Giganti perdono sempre
Estratto da Note sparse, di Giorgio Strehler, pubblicate sul programma di sala dell’edizione del 1994 de I Giganti della montagna)

L’ultima Tempesta
Estratto dalla recensione di Ghigo De Chiara, Trionfo per “La tempesta” di Strehler, pubblicata sull’Avanti!, 27-28 novembre 1983.

lo scenografo
Luciano Damiani, genio solitario e libero
di Anna Ceravolo

il lavoro del regista
Una questione di "metodo"
di Paolo Bosisio
Per Giorgio Strehler, tra i padri fondatori del teatro di regia in Italia insieme a Visconti, tutto parte dalla lettura critica del testo e dalla sua storicizzazione, trasfigurate poi sulla scena in quell’equilibrio tra rappresentazione della realtà e astrazione poetica, tra ragione ed emozione, successivamente definito “realismo poetico” - Tecnica e alto artigianato: le lunghe prove, l’attenzione maniacale a tutte le componenti dello spettacolo, la direzione degli attori

El nost Milan, trita realtà, non poesia
Estratto dalla recensione di Roberto De Monticelli, El Nost Milan di Carlo Bertolazzi, pubblicata su La Patria, 4 dicembre 1954.


Re Lear: dolenti clown per una tragedia beckettiana
Estratto dalla recensione di Angelo Maria Ripellino, Un re da mezza quaresima, pubblicata su L’Espresso, 3 dicembre 1972.

Gor’kij e Cechov
Un Maestro per due autori la lezione di Stanislavskij
di Fausto Malcovati
Consonanza di temi (la “moralità” del lavoro teatrale) e di repertorio fanno di Stanislavskij un punto di riferimento fondamentale, seppur vissuto in modo contraddittorio, nel lavoro registico di Strehler che, per ben due volte, metterà in scena sia L’albergo dei poveri sia Il giardino dei ciliegi

Paolo Grassi
«Sono un uomo che è difficile schiacciare perché ho le mani pulite»
di Alberto Bentoglio
A Grassi, organizzatore illuminato e accanito uomo di teatro, si deve, in ugual misura che a Strehler, il successo del Piccolo - Tenacia, rigore morale, lavoro frenetico e capacità di relazionarsi con le realtà più diverse fecero di lui un riferimento imprescindibile nel panorama culturale di quegli anni e degli anni a venire

un caso unico
Il mistero di Arlecchino
di Stefano de Luca
Da sessant’anni Arlecchino seduce le platee di tutto il mondo ed è diventato lo spettacolo-bandiera del Piccolo, ma anche di un modo di fare e di intendere il teatro. Vi si sono avvicendate generazioni di attori, molti dei quali provenienti dalla Scuola di Teatro, fondata da Strehler nel 1987, come l’autore di questo articolo

Le baruffe: uno scambio proficuo
Estratto dalla recensione di Ennio Flaiano, Le baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni, pubblicata su L’Europeo, 24 gennaio 1965.

Un Campiello cechoviano
Estratto dalla recensione di Gastone Geron, Campiello sotto la neve, pubblicata su Il Giornale, 7 giugno 1975.

Brecht/Strehler
27 domande per "L'opera da tre soldi"
di Flavia Foradini
Solo a metà degli anni ’50 Strehler e Grassi decidono, dopo varie esitazioni, che sarà L’opera da tre soldi il primo testo brechtiano ad andare in scena al Piccolo. Ma il regista sente il bisogno di confrontarsi con l’autore e va a Berlino per “vivisezionare” la commedia con Brecht in persona, che verrà poi a Milano per la “prima”, rimanendo entusiasta del lavoro di quel giovane determinato, ma mai sottomesso

Galileo: una battaglia epica
Estratti: dall’intervista, inedita, a Paolo Grassi realizzata da Vittorio Fagone a Milano, il 25 novembre 1980, presso la Fondazione “Corrente”; dalla recensione di Roberto De Monticelli, Strehler trasforma la ragione in emozione poetica, pubblicata su Il Giorno, 23 aprile 1963; dalla recensione di Odoardo Bertani, Vita di Galileo pone il problema della responsabilità dello scienziato, pubblicata su L’Avvenire d’Italia, 23 aprile 1963.

1987-2007
La Scuola: duro lavoro e apprendistato in palcoscenico
di Stefano de Luca

De Filippo/Pirandello
Donne in fuga alla ricerca dell’(in)felicità
Estratti dalle recensioni: di Franco Quadri, La magia del palcoscenico, pubblicata su Panorama, 2 giugno 1985; di Renzo Tian, A Berlino con Strehler, pubblicata su Il Messaggero, 29 marzo 1988; di Giovanni Raboni, Le invenzioni di Strehler, pubblicata sul Corriere; di Masolino d’Amico, Il trionfo di Strehler, pubblicata su La Stampa, 3 maggio 1991.

Strehler e il cinema un amore mancato
Estratto dalla postfazione al volume di Giorgio Strehler, Due volte sola. Tre soggetti cinematografici, a cura di Stella Casiraghi, Torino, Nino Aragno Editore, 2000.

bilanci
Strehler e il Piccolo: una presenza o un’assenza?
di Ugo Ronfani
Mentre si concludono le celebrazioni per il sessantesimo anniversario dello Stabile milanese, è lecito interrogarsi, pur con spirito critico, su quanto siano ancora vive la memoria e la lezione del regista triestino

1998-2007
Escobar: il Piccolo e la memoria del futuro
di Claudia Cannella



66 biblioteca

Le novità editoriali
a cura di Albarosa Camaldo



68 nati ieri

i protagonisti della giovane scena/30
Il futuro emotivo della tradizione popolare
di Marco Andreoli
Dopo la formazione alla Scuola dello Stabile di Genova,nel 1997 cinque giovani di belle speranze scendono a Roma dove trovano battesimo e adozione - Lì nascono la Compagnia Gloriababbi Teatro e Gabriele,“caso” tra i più eclatanti della nuova scena italiana - I loro spettacoli oscillano fra tradizione capocomicale e curiosità analitica nei confronti delle vicende umane: un teatro essenzialmente popolare,fondato sull’attore e caratterizzato da una profonda cura dei meccanismi narrativi

Santarcangelo
Premio Scenario: 12 assaggi del teatro che verrà
di Claudia Cannella



72 critiche

Dal Mittelfest a Taormina, dalla Biennale a Castiglioncello e tanti altri: tutte le recensioni dai festival estivi



112 lirica

Parigi
Se la Traviata si chiama Édith
di Giuseppe Montemagno
Recensioni: Da gelo a gelo, dal Diario di Izumi Shikibu. Musica di Salvatore Sciarrino. Regia e coreografia di Trisha Brown. Scene di Daniel Jeanneteau. Costumi di Elizabeth Cannon. Luci di Jennifer Tipton. Klangforum Wien, direzione musicale di Tito Ceccherini. Con Anna Radziejewska, Otto Katzameier, Cornelia Oncioiu, Felix Uehlein, Michael Hofmeister. Prod. Opéra National de Paris - Schwetzinger Festspiele - Grand Théâtre de Genève; Le temps des gitans, punk opera di Emir Kusturica. Testo di Nenad Jankovic. Musica di Dejan Sparavalo,Nenad Jankovic, Stribor Kusturica. Regia di Emir Kusturica.Scene di Ivana Protic.Costumi di Nesa Lipanovic. Luci di Michel Amathieu. No Smoking Orchestra, Garbage Serbian Philharmonia, direzione musicale di Dejan Sparavalo. Con Nenad Jankovic, Ognjen Sucur, Gorica Popovic, Marijana Bizumic, Dejan Sparavalo, Milica Todorovic, Stevan Andjelkovic, Stanko Tomic, Zlatko Sakulski, Natasa Tomic. Prod. Opéra National de Paris; La traviata, di Francesco Maria Piave.Musica di Giuseppe Verdi. Regia di Christoph Marthaler. Scene di Anna Viebrock. Costumi di Anna Viebrock e Dorothee Curio. Luci di Olaf Winter. Coro e Orchestra dell’Opéra National de Paris, direzione musicale di Sylvain Cambreling. Con Christine Schäfer, Jonas Kaufmann, José van Dam, Helene Schneiderman, Michèle Lagrange, Ales Briscein, Michael Druiett, Igor Gridii, Nicolas Testé. Prod. Opéra National de Paris.

Nekrosius e Fura: Wagner tra pixel e miti barbarici
di Giovanni Ballerini
Recensioni di Das Rheingold ( L’oro del Reno) e Die Walkure (La valchiria), musica e dramma di Richard Wagner. Regia de La Fura dels Baus (Carlus Padrissa). Scene di Roland Olbeter. Costumi di Chu Uroz. Luci di Peter van Praet. Immagini video di Franc Aleu. Orchestra del Maggio Musicale, diretta da Zubin Metha. Con Juha Uusitalo, Ilya Bannik, Germàn Villar, John Daszak, Franz-Josef Kapellmann, Ulrich Ress, Matti Salminen, Stephen Milling, Anna Larsson, Sabina von Walther, Catherine Wyn Rogers, Peter Seiffert, Petra Maria Schnitzer, Jennifer Wilson. Prod. Maggio Musicale; Die walkure, musica e dramma di Richard Wagner. Regia di Eimuntas Nekrosius. Scene di Marius Nekrosius. Costumi di Nadezda Gultiajeva. Luci di Levas Kleinas. Orchestra del Teatro Nazionale dell’Opera Lituana, diretta da Jacek Kaspszyk. Con John Keys, Sandra Janusaite, Vladimiras Prudnikovas, Anders Lorentzson, Laima Jonutyte, Nomeda Kazlaus. Prod. Teatro Nazionale dell’Opera Lituana.



118 drammaturgia

ritratti di drammaturghi italiani/11
Gabrielli, risate feroci per freaks contemporanei
di Sara Chiappori
Umorismo tagliente, personaggi borderline , vivisezione dei miti veri e falsi della cultura globalizzata sono le componenti ricorrenti di buona parte dei testi ( Curriculum vitae, Vendutissimi, Cesso dentro, Salviamo i bambini) di Renato Gabrielli. Dissacrante, ma refrattario a vezzi da autore maudit, l’autore milanese proietta lo spirito dei nostri tempi in un mondo popolato di incubi, ambiguità e paradossi che vanno a disegnare una surreale epopea delle umane debolezze. Ma il gusto nello sperimentare diverse strutture drammaturgiche, linguaggi e contesti storico-letterari lo hanno anche portato ad avvicinarsi a personaggi e autori classici (Aristofane per Giudici, Thomas More in Moro e il suo boia, Pessoa per Lettere alla fidanzata) e a cimentarsi con un’altra lingua (A Different Language e Mobile Thriller), quasi sempre insieme a un gruppo consolidato di compagni di strada.



120 danza

Venezia
Água e café : il Brasile di Pina Bausch
di Roberto Canziani
Recensioni: Agua, un pezzo di Pina Bausch. Coreografia e regia di Pina Bausch. Scene e video di Peter Pabst. Costumi di Marion Cito. Prod. Tanztheater Wuppertal.



122 testi

Tre - Una storia d'amore di Renato Gabrielli



132 società teatrale

Tutta l’attualità nel mondo teatrale.
a cura di Roberto Rizzente
Con la collaborazione di: Paola Abenavoli, Marco Andreoli, Elena Bastieri, Laura Bevione, Claudia Cannella, Margherita Laera, Barbara Sinicco.



in copertina

Giorgio Strehler e Arlecchino, illustrazione digitale di Ivan Groznij Canu



hanno collaborato

Collaboratori a questo numero:
Paola Abenavoli, Marco Andreoli, Nicola Arrigoni, Giovanni Ballerini, Elena Bastieri, Fabio Battistini, Alberto Bentoglio, Laura Bevione, Patrizia Bologna, Paolo Bosisio, Filippo Bruschi, Fabrizio Caleffi, Ivan Groznij Canu, Roberto Canziani, Davide Carnevali, Stefano Casi, Anna Ceravolo, Sara Chiappori, Paola Cinque, Lucia Cominoli, Stefano de Luca, Renzia D’Incà, Lorenzo Donati, Sergio Escobar, Flavia Foradini, Renato Gabrielli, Gigi Giacobbe, Pierfrancesco Giannangeli, Delia Giubeli, Gerardo Guccini, Margherita Laera, Fausto Malcovati, Stefania Maraucci, Antonella Melilli, Giuseppe Montemagno, Andrea Nanni, Piergiorgio Nosari, Lamberto Puggelli, Domenico Rigotti, Maggie Rose, Barbara Sinicco, Simone Soriani, Francesco Tei, Gilberto Tofano, Martina Treu, Francesco Urbano, Cristina Ventrucci, Teresa Viziano, Nicola Viesti, Diego Vincenti.

 


 

arti meridiane lab le tre università della Calabria in rete per il teatro
La programmazione 2007
di Ufficio Stampa

 

Regione Calabria
Assessorato alla Cultura, Istruzione, Università, Ricerca, Innovazione Tecnologica, Alta Formazione
Università della Calabria
Università Magna Graecia
Università Mediterranea

arti meridiane lab
Laboratori* Seminari *Spettacoli* Ricerca*
Ottobre-Dicembre 2007

progetto coordinato fra le tre Università della Calabria
Responsabile scientifico e coordinamento del progetto:
Valentina Valentini (Università della Calabria)


arti meridiane lab è un progetto di spettacoli e laboratori di teatro, cinema, video, musica e danza organizzata dai tre Atenei della Calabria, Università degli Studi della Calabria, Magna Graecia e Mediterranea - a Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria - che si propone di varare una iniziativa di respiro internazionale che crei intorno alle università stesse un polo di interesse.
Dal 10 ottobre e fino a dicembre alcune tra le più interessanti figure e personalità della scena “meridionale” che hanno portato alla ribalta il ruolo del sud, la cultura, le lingue, le problematiche a esso legate entreranno nei tre poli didattici, per costruire, nell’arco di due mesi, un grande cantiere di cultura, idee, progettualità in tutte le discipline dello spettacolo, in un esperimento senza precedenti negli atenei italiani.
Questa prima programmazione comune (resa possibile anche dall’apertura di un nuovo teatro, un auditorium e di due cinema che completano e ridefiniscono l’originale progetto di Gregotti del Campus di Arcavacata) affronterà, attraverso una pluralità di linguaggi, temi contemporanei capaci di coinvolgere studenti delle diverse facoltà. Il progetto privilegerà il laboratorio come esperienza che affianca maestri d’arte (sperimentatori di mezzi espressivi antichi come teatro e musica, e i recentissimi media live) e giovani che praticano regia, recitazione, danza e coreografia, composizione ed interpretazione musicale.

Non mancherà un avvio eclatante dal punto di vista spettacolare. Infatti l’evento del 10 ottobre di arti meridiane lab sarà una prima trans-nazionale dei Teatri Uniti dal titolo Chiòve, (traduzione in napoletano della pièce catalana di Pau Miro’, drammaturgia di Enrico Ianniello, regia di Francesco Saponaro), in contemporanea video a Cosenza, Barcellona e Napoli (nell’ambito del nuovo Festival del Teatro di Napoli). Il lavoro di drammaturgia proseguirà poi sui contenuti, attraverso successive modifiche dei soggetti del video, in un “progress” pensato ad hoc per gli studenti (29-31 ottobre).

Alcuni importanti debutti nazionali e laboratori sul linguaggio teatrale saranno affidati ad autori come Vincenzo Pirrotta -“Le forme del narrare nelle tradizioni popolari mediterranee” (29 ottobre –5 novembre) e Trilogia della Zisa (6,7,8 novembre); Franco Scaldati metterà in scena “Occhi” (8-9 novembre) e il Mana Chuma Teatro di Salvatore Arena e Massimo Barilla con ’70 volte sud, parte del progetto-trilogia “A sud della memoria” (16 e 17 novembre). Per la danza è stato invitato il duo Abbondanza–Bertoni con lo spettacolo “Polis” (19-20 novembre) e un laboratorio sull’Essere Scenico condotto da Michele Abbondanza (21-24 novembre).

Incontri, rassegne e laboratori cinematografici ripercorreranno l’esperienza dell’Italianamericandream/Cinema migrante con l’esperienza di Coppola e della sua famiglia di “emigranti di successo” (5 novembre, 26-29 novembre) e del Cinema Migrante con film di Scimeca, Correale e Farfariello.
Immagini nomadi è il titolo della rassegna video sulle produzioni dei Teatri Uniti (29-31 ottobre) che si concluderà con un incontro con i suoi animatori.
Il cinema nomade di Ciprì e Maresco sarà l’oggetto di un’antologia video e di tre lezioni-laboratorio con gli autori sulle loro Immagini “vagabonde” (12- 13-14 novembre). Opere provenienti o ispirate al sud del mondo costituiscono il piatto forte della rassegna video Sud Terrae Limen a cura di Vincenza Costantino e Andrea Lissoni (19 -28 novembre).

Genius Loci, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, propone una rassegna di opere video di autori giovani e affermati che hanno come sfondo, paesaggio, immaginario, storie, figure, memorie, temi e linguaggio ispirati al genius loci del sud Italia (19-24 novembre).

La sezione dedicata alla musica, - che ha avuto un’anteprima a fine luglio con il laboratorio sulla voce condotto da Chiara Guidi - , vedrà due lezioni-concerto di Giovanna Marini (12 e 13 novembre); due incontri tra cori di varie provenienze e esperienza (14 e 15 novembre) e una conferenza-concerto intitolata “Su concordu ‘e santarughe” di Santulussurgiu (il 13/11). Un seminario coordinato da Massimo Privitera su La canzone nella storia e nel presente è previsto per il 15 e 16 novembre

A dicembre un seminario coordinato da Roberto De Gaetano “Sul limite come ‘operatore estetico’ “ concluderà il programma della prima edizione di arti meridiane lab.

Responsabile scientifico e coordinamento: Valentina Valentini (Università della Calabria),Tullio Barni (Università Magna Graecia di Catanzaro), Renato Nicolini (Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria), Responsabile sezione Cinema: Roberto De Gaetano, Bruno Roberti (Università della Calabria), Responsabile sezione Musica: Massimo Privitera (Università della Calabria), Responsabile sezioni Teatro e Danza: Valentina Valentini (Università della Calabria)

ARTI MERIDIANE LAB
Laboratori*Seminari*Spettacoli*Ricerca
Progetto coordinato fra le tre Università della Calabria
luglio-dicembre 2007





Chiòve
testo di Pau Mirò, traduzione di Enrico Ianniello
spazio e regia di Francesco Saponaro, Teatri Uniti, O.T.C. SempreApertoTeatro Garibaldi,
Dogma Televisivo in collaborazione con
Institut Ramon Llul, Nessuno TV
proiezione in diretta via satellite dello spettacolo teatrale Chiòve– prima italiana
10 ottobre ore 19.00
Sala consiliare, Rende

I Tesori della Zisa - Viaggi onirici nei ‘cunti’ siciliani
una trilogia di e con Vincenzo Pirrotta, Esperidio
N’gnanzou’– storie di mare e di pescatori
6 novembre ore 21.00
Teatro piccolo, Campus di Arcavacata
La fuga di Enea
7 novembre ore 21.00
Teatro Masciari, Catanzaro
Malaluna
8 novembre ore 21.00
Teatro Politeama Siracusa, Reggio Calabria

Occhi
spettacolo teatrale di Franco Scaldati e Matteo Bavera
8 novembre ore 21.00
Teatro piccolo, Campus di Arcavacata
9 novembre ore 21.00
Teatro Masciari, Catanzaro

Bongiorno e buonasera
conferenza/concerto di Giovanna Marini
12 novembre ore 21.00
Teatro piccolo, Campus di Arcavacata
13 novembre ore 21.00
Teatro Masciari, Catanzaro

“Su cuncordu ‘e santarughe” di Santulussurgiu
conferenza/concerto
13 novembre ore 21.00
Teatro piccolo, Campus di Arcavacata

Armonie
incontri corali con coro polifonico dell’Università della Calabria, coro “Diego Carpitella”
dell’Università La Sapienza di Roma, coro dell’Università di Palermo
14 e 15 novembre ore 21.00
Teatro piccolo, Campus di Arcavacata

’70voltesud
spettacolo teatrale di Salvatore Arena e Massimo Barilla, Mana Chuma Teatro
16 novembre
Teatro piccolo, Campus di Arcavacata
17 novembre ore 21.00
Teatro Masciari, Catanzaro

Polis
spettacolo di teatro/danza, compagnia Abbondanza/Bertoni
19 novembre ore 21.00
Teatro Politeama, Catanzaro
20 novembre ore 21.00
Teatro piccolo, Campus di Arcavacata


Rassegne video e cinema*

Il cinema del teatro
film e documentari prodotti da Teatri Uniti
a cura di Angelo Curti
29 - 30 ottobre ore 19.30
31 ottobre ore 18.00
Sala Consiliare, Rende (CS)

La famiglia Coppola: italianamerican dream
a cura di Bruno Roberti
5 novembre ore 15.00-24.00
Cinema Garden, Rende (CS)
Cinema migrante
a cura di Bruno Roberti
7 novembre ore 18.00 - 22.00
Cinema Garden, Rende (CS)

Siamo davvero peri-patetici! Le immagini “vagabonde” di Cinico Video
opere video di Daniele Ciprì e Franco Maresco
a cura di Bruno Roberti, con la collaborazione di Cinico Video e Raro Video
13 - 15 novembre ore 19.30 – 23.00
Sala Consiliare, Rende (CS)

Genius loci – Visioni del Sud, Paesaggio Filmico e Nuove Immagini
rassegna video a cura di Bruno Roberti
in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro
19 - 21 novembre ore 16.00 – 21.00
Aula Caldora, Campus di Arcavacata
22 - 24 novembre ore 16.00 – 21.00
Auditorium Casalinuovo, Catanzaro

Sud Terrae Limen
Arti elettroniche/Video/LiveMedia
rassegna video a cura di Vincenza Costantino e Andrea Lissoni
19 novembre ore 10.00-13.00/17.00-19.00/22.00-24.00
20 - 21 novembre 10.00-13.00/17.00-19.00
Teatro Politeama Siracusa, Reggio Calabria
22 - 24 novembre ore 10.00-13.00/17.00-19.00/22.00-24.00
Teatro piccolo, Campus di Arcavacata
26 novembre ore 15.00-19.00/22.00-24.00
27- 28 novembre ore 15.00-19.00
Auditorium Casalinuovo, Catanzaro

Italianamerican dream/Cinema Migrante: Coppola & affini
rassegna video sulla “Factory” Coppola e sull’emigrazione nel cinema
a cura di Bruno Roberti
26 - 29 novembre ore 9.00 - 18.00
Aula Caldora, Campus di Arcavacata
26 - 27 novembre ore 19.00 – 22.30
C.A.M.S., Campus di Arcavacata

Laboratori

Il verso, il suono articolato, la voce
esercitazione di vocalità molecolare
diretto da Chiara Guidi, Socìetas Raffaello Sanzio
29 luglio - 5 agosto
Villa Guarasci, Piana dei Venti, Rossano Calabro (CS)

Teatri Uniti-Cinema Live: migrazioni di lingue e di spazi
laboratorio di cinema live e drammaturgia
diretto da Francesco Saponaro e Enrico Ianniello
29 - 31 ottobre
C.A.M.S., Campus di Arcavacata

Le forme del narrare nelle tradizioni popolari mediterranee
diretto da Vincenzo Pirrotta, Esperidio
29 ottobre - 5 novembre
C.I.F.A., Cosenza

Cinico Jam-session
laboratorio diretto da Franco Maresco e Pippo Bisso
13 - 15 novembre
Museo del Presente, Rende (CS)

L’essere scenico
laboratorio di teatro/danza
diretto da Michele Abbondanza
21 - 24 novembre
Catanzaro

Orchésographie: danze del Rinascimento francese
diretto da Véronique Elouard, Compagnie Talon Pointe
27 – 29 novembre
Teatro piccolo, Campus di Arcavacata
Giornate di studio e seminari*
per dibattere idee

Dal primate al cyborg. Viaggio naturalistico alla ricerca della neuroestetica
coordinato da Tullio Barni, Università Magna Graecia
14 novembre ore 15.00 – 19.00
B.A.U. – sala seminari, Campus di Arcavacata

Civiltà della canzone
Giornate di studio coordinate da Massimo Privitera, Università della Calabria
15 novembre ore 9.00 – 13.30 / 15.00 – 19.00
16 novembre ore 9.00 – 13.30
C.A.M.S., Campus di Arcavacata

Il patrimonio filosofico meridionale
coordinato da Mario Alcaro, Università della Calabria
26 novembre ore 17.00
B.A.U. – sala seminari, Campus di Arcavacata

Sul limite come ‘operatore estetico’
coordinato da Roberto De Gaetano, Università della Calabria
5 - 7 dicembre
ore 10.30 - 14.00 proiezioni
sala Stampa – Aula Magna, Campus di Arcavacata
ore 15.30 seminario
B.A.U. – sala seminari, Campus di Arcavacata

Vitalità del mito
coordinato da Raffaele Perrelli, Università della Calabria
3, 10 e 17 dicembre ore 18.00
B.A.U. – sala seminari, Campus di Arcavacata

Incontri con gli artisti*

Teatri Uniti
Proiezioni video e incontro con Francesco Saponaro, Enrico Ianniello, Angelo Curti
Introducono: Roberto De Gaetano, Università della Calabria, e Bruno Roberti, Università della Calabria
30 ottobre ore 19.30
Sala Consiliare, Rende (CS)

Vincenzo Pirrotta, Esperidio
6 novembre ore 12.00
Teatro piccolo, Campus di Arcavacata

Franco Scaldati
7 novembre ore 12.00
Teatro piccolo, Campus di Arcavacata

Giovanna Marini
Presentazione del libro di Ignazio Macchiarella, Il canto necessario. Giovanna Marini compositrice, interprete, didatta
12 novembre ore 10.30
B.A.U. – sala seminari, Campus di Arcavacata

Pippo Bisso e Franco Maresco
intervengono: Roberto De Gaetano, Bruno Roberti, Valentina Valentini (con un intervento in video di Tatti Sanguineti)
14 novembre ore 19.30
Sala consiliare, Rende

Abbondanza/Bertoni
20 novembre ore 15.00
Teatro piccolo, Campus di Arcavacata

*ingresso libero. Per gli spettacoli al Teatro piccolo, Campus di Arcavacata, è consigliata la prenotazione al numero 335 1694134 dal lunedì al venerdì e fino ad un’ora prima dell’inizio degli spettacoli presso gli info point di Arti Meridiane Lab (Cs).
A spettacolo iniziato non è consentito l’ingresso in sala



Responsabile scientifico e coordinamento: Valentina Valentini (Università della Calabria),Tullio Barni (Università Magna Graecia di Catanzaro), Renato Nicolini (Università Mediterranea di Reggio Calabria)
Responsabili sezione Cinema: Roberto De Gaetano (Università della Calabria), Bruno Roberti (Università della Calabria)
Responsabile sezione Musica: Massimo Privitera (Università della Calabria)
Responsabile sezioni Teatro e Danza: Valentina Valentini (Università della Calabria)
Con il contributo operativo e progettuale del Dams Università della Calabria


ringraziamenti
Accademia di Belle Arti, Catanzaro
AGIS Calabria
Centro Culturale Francese, Torino
CIFA, Centro Internazionale Formazione delle Arti, Cosenza
Cineteca di Bologna
Cineteca Regionale, Catanzaro
Cinico Video
Fabrica
Gallery apart
Kinema - Circolo di cultura cinematografica
Magafil’s, Reggio Calabria
Teatro dell’Acquario, Cosenza
Teatro Masciari, Catanzaro
Teatro Politeama Siracusa, Reggio Calabria
Raro Video
Ufficio relazioni esterne, Università della Calabria
Zahir – Associazione culturale
gli studenti, il personale, gli uffici, i docenti delle tre Università che hanno collaborato alla realizzazione del progetto.

Info: artimeridianelab@libero.it
Tel (+39)0984 496127 - 496875
www.artimeridianelab.unical.it
cubo 17b, V piano


 


 



Il teatro degli anni Settanta nella mostra della Triennale

Dal 27 ottobre a Milano la grande kermesse dedicata al decennio lungo del secolo breve
di Triennale

 

annisettanta
il decennio lungo del secolo breve
Triennale di Milano
27 ottobre 2007- 30 marzo 2008

La Triennale di Milano presenta la mostra annisettanta. il decennio lungo del secolo breve.
Curata da Gianni Canova, si articola come un percorso labirintico dentro uno dei periodi più ricchi, complessi e contraddittori della nostra storia recente. Senza effetti nostalgia, ma anche senza furori liquidatori, con la volontà di offrire ai visitatori un’occasione di riflessione aperta prospetticamente da quegli anni fino al nostro presente.
La mostra ripercorre gli anni Settanta attraverso alcune installazioni dedicate a parole-chiave (viaggio, corpo, conflitto, corteo, ecc.) o a figure emblematiche (Moro, Pasolini) del decennio in questione.
Nello stesso tempo, passa in rassegna ed espone, sottolineando le contaminazioni e le ibridazioni fra i vari linguaggi, quanto gli anni Settanta hanno espresso nel cinema e nella letteratura, nel design e nella musica, nell’arte figurativa e nel fumetto, nel teatro e nella moda, nel sistema mediatico e in quello tecnologico, nella comunicazione e nello sport.

La mostra si articola su due piani su una superficie totale di 2834 mq.
L’allestimento di Mario Bellini presenta uno spazio neutro, bianco, con nuvole sul soffitto. Le stanze, per contrasto, sono un’esplosione di creatività, colori, suggestioni ed emozioni che spingono il visitatore a creare un proprio personale percorso, non a seguirne uno obbligato.

La mostra non solo racconta la storia del periodo ma consente al visitatore di “farne esperienza” diretta. Al primo piano, dalla ricostruzione di un bar nella settimana della partita di semifinale dei Mondiali Italia-Germania del 1970 agli ambienti di uno studio radiofonico in cui è trasmesso l’audio dei funerali di Fausto e Iaio, all’installazione di Chiara Dynys dedicata al corteo molteplici sono gli spunti che la mostra offre per far capire la grande creatività e i profondi cambiamenti con cui ancora oggi ci confrontiamo.

Al piano terra, oltre alle sezioni dedicate a fumetto, grafica e moda, l’arte degli anni Settanta è presentata attraverso una selezione di opere di vari artisti da Mario Schifano a Alighiero Boetti, per citarne solo alcuni.
Il tema del rapporto fra arte e corpo, a partire dagli anni Settanta a oggi, è indagato attraverso i lavori di artisti come Andres Serrano e molti altri.

La mostra del 1972 Italy. The New Domestic Landscape, organizzata dal Moma di New York, esemplare per il riconoscimento del design italiano all’estero, è il punto di partenza per presentare la ricostruzione della Kar-a-sutra di Mario Bellini e l’installazione di Gaetano Pesce Habitat for Two People realizzata proprio in occasione di quella mostra e presentata adesso per la prima volta in Italia, a cui si aggiungono lavori di Riccardo Dalisi, Ugo La Pietra e Enzo Mari.

Due artisti affrontano e si confrontano con due eventi cardine del decennio: le tragiche morti di Pier Paolo Pasolini e di Aldo Moro. Elisabetta Benassi presenta un’installazione dedicata a Pier Paolo Pasolini, mentre Francesco Arena ricostruisce a grandezza naturale la cella in cui è stato rinchiuso Aldo Moro.
Lungo tutto il percorso sono inoltre presenti una cronologia e delle tavole sinottiche che permettono di individuare gli eventi più importanti in ambito storico e socio-culturale.

Alla realizzazione dei vari spazi della mostra hanno collaborato studiosi, esperti, artisti e docenti universitari tra cui Francesca Alfano Miglietti, Silvana Annicchiarico, Francesco Arena, Giancarlo Basili, Luca Beatrice, Marco Belpoliti, Elisabetta Benassi, Chiara Dynys, Gian Piero Brunetta, Elio Fiorucci, Fulvio Irace con Alessandro Mendini e Franco Purini, Elena Marco, Filippo Mazzarella, Peppino Ortoleva, Mauro Panzeri, Luigi Pedrazzi, Stefano Pistolini, Oliviero Ponte di Pino, Italo Rota, Massimo Rota, Fabrizio Vagliasindi.


annisettanta
il decennio lungo del secolo breve
Triennale di Milano
27 ottobre 2007- 30 marzo 2008
A cura di Gianni Canova
Allestimento di Mario Bellini


 


 

Grido di Pippo Delbono in DVD
Una autobiografica dichiarazione di poetica
di Dolmen Home Video

 

Dolmen Home Video è lieta di annunciare la distribuzione in dvd di “Grido”, un film ideato e diretto da Pippo Delbono.
Il film è la storia autobiografica di uno dei registi che in questi anni ha conquistato e catturato pubblico e critica a livello internazionale. “Grido” ripercorre le fasi salienti della vita di Delbono, fino ad oggi, accompagnato dai personaggi che hanno costellato il suo percorso. E' una sorta di dichiarazione poetica, un ritratto del suo percorso artistico attraverso il teatro e la realtà. Gli attori sono interpreti del loro stesso personaggio, come sempre accade nei lavori di Pippo Delbono.

Note del regista
Questo film nasce dalla necessità di raccontare un’esperienza che mi ha trapassato la vita. Una lavorazione di due anni per estrarre l’essenza di una storia molto più lunga.
Non volevo e non potevo scrivere una sceneggiatura, né inventare personaggi. La storia era presente lì, come le persone, vive.
E insieme a questo c’è il mio desiderio di cercare nel linguaggio del cinema la libertà del volo, dell’irreale, del sogno, della poesia.
Senza perdere coscienza della verità.
Pippo Delbono

Il Dvd
Il dvd pubblicato da Dolmen presenta la traccia audio in Italiano Dolby Digital 5.1 e 2.0, con sottotitoli in inglese, francese, italiano non udenti. Tra i contenuti speciali, oltre ad alcune scene inedite, segnaliamo un’intervista esclusiva realizzata a Pippo Delbono dallo staff di Dolmen.

I Racconti del Mandala tecnospettacolo con Francesca Della Monica
In anteprima a Imperia e alla Spezia
di amm

 

XLabfactory
Compagnia Verdastro/Della Monica
White Light Production

Imperia-Teatro Calvino-Polo Universitario
Venerdì 30 novembre ore 21

La Spezia- Teatro Civico
Venerdì 7 dicembre ORE 21

I RACCONTI DEL MANDALA
Concertazione scenica per voce e datasuit


Con FRANCESCA DELLA MONICA
A cura di MAURO LUPONE


Ipertesto e Drammaturgia: ANDREA BALZOLA;
Musica, Sound design e Interazione audio MAURO LUPONE;
Video: THEO ESHETU con la collaborazione di SAMUELE MALFATTI;
con la partecipazione di ANDREA CARABELLI, MARION D'AMBURGO,
CATERINA DE REGIBUS, MASSIMO VERDASTRO,
Costumi: MARION D'AMBURGO;
Responsabile Tecnico Audio: GIANLUCA CAVALLINI;
Coordinamento, Logistica e Documentazione: ANNA MARIA MONTEVERDI;
Organizzazione e Promozione: SILVIA CALI'

I Racconti del Mandala è un tecnospettacolo interattivo dove i segni si espandono in un ambiente mandalico immersivo composto da una partitura avvolgente di parole, suoni, gesti e immagini. Dal corpo-voce della performer FRANCESCA DELLA MONICA si attiva un flusso di immagini video e suoni in trasformazione che seguono la drammaturgia ipertestuale e labirintica scritta da ANDREA BALZOLA. Un abito tecnologico dotato di sensori costituirà il centro di generazione delle azioni Audiovisuali digitali create su una partitura sonora interattiva dal compositore elettronico MAURO LUPONE nella quale si innestano le elaborazioni video dell'artista THEO ESHETU in collaborazione con SAMUELE MALFATTI

Info e Prenotazioni:
PER IMPERIA : Polo Universitario: 0183-666568
PER LA SPEZIA: TEATRO CIVICO 0187-757075- annamonteverdi@tin.it

www.xlabfactory.it


 



Appuntamento al prossimo numero.
Se vuoi scrivere, commentare, rispondere, suggerire eccetera: info@ateatro.it

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