ateatro 117.9
Per Leo
Un ricordo
di Marco Romei
 

Potrei esser costretto in un guscio di noce
E sentirmi re di sconfinati spazi…


“Io credo nella funzione dell’attore”, diceva Leo, “un artista che in tempi oscuri si oppone all’oscurità, non vi collabora, a costo di qualsiasi disagio, e che in tempi costruttivi e di speranza li alimenta”. E non era un semplice manifesto programmatico. Era un fatto, un modo di vivere, una visione del mondo.
Per Leo il teatro è un mezzo di conoscenza per contribuire, anche se in minima parte, alla trasformazione del mondo, attraverso la trasformazione di sé.

Diventare poesia e non prodotto…

Ma l’altro giorno sono stato al suo funerale: hanno allestito la camera ardente sul palco del Teatro Argentina di Roma. Rose bianche ovunque. Francesca Mazza aveva preparato una bellissima colonna sonora con dei brani tratti da alcuni spettacoli dei loro.
Durante il Requiem di Mozart potevo quasi toccare la nostalgia sconfinata negli occhi di Claudia Manfredi, di Francesca Mazza, di Elena Bucci, di Angela Malfitano….
Poi nell’aria Strange Fruit, l’inno antirazzista…

Southern trees bear strange fruit
Blood on the leaves and blood at the root....


E la voce roca di Billy Holiday faceva rivivere l’entrata in scena di Leo-Ilse nei Giganti della montagna…

Qualcuno piangeva. Qualcuno sorrideva: stava ricordando.

Mme so ‘mbriacato ‘e sole, mme so’ ‘mbriacato ‘e te…

Il Re straccione dell’Impero della ghisa: sì, Leo era anche un gioioso dissacratore, ed ecco arrivare l’orazione articolata e commovente di Renato Nicolini, che assembla magistralmente analisi teatrale, storica, e politica, con ricordi personali e aneddoti, bevute e risate, creatività e spettacoli scritti insieme in un sanscrito immaginario
In questa vita non è difficile morire: vivere, è di gran lunga più difficile…
“L’arte scenica, quindi, come bellezza che svela la terribilità dell’esistenza per poterla superare, luogo dell’igiene mentale e di previsione di modelli di relazione”
E alla fine ho percepito il dolore e la nostalgia di Marco Sgrosso, di Enzo Vetrano, di Toni Servillo, di Gino Paccagnella, mentre portavano in spalla la bara del loro maestro e amico.

Noi soli canteremo come uccelli in gabbia
Così vivremo: pregando, cantando…
Li vedremo prima morti di fame, prima che riescano a farci piangere…


Ho lavorato con Leo una volta sola, durante il seminario “voce, suono e rumore” che condusse al Dams di Bologna nel 1992, durante il maggio della memoria, in compagnia di attori, registi, musicisti,e semplici studenti.
Io ero “vice capocoro”, così mi battezzo Leo, che era, ovviamente, il capocoro.
(A volte mi dava i tempi muovendo semplicemente il sopracciglio sinistro)
Sulla base della Favola del figlio perduto di Pirandello, ogni giorno per 5-6 ore al giorno ci si allenava, si provava, si sperimentava, si recitava, si suonava, si metteva tutto in discussione, si esploravano infiniti punti di vista e prospettive altre, si usava l’improvvisazione come tecnica compositiva; era un sorta di entropia guidata, di circo futurista, un ensamble situazionista, un magma di emozioni, un incantesimo colorato, sonoro, e sempre in movimento.

Un nuovo linguaggio che nasca dal possesso di un sapere antico…

Poi ho seguito per anni, da spettatore assiduo e fedele, i suoi meravigliosi spettacoli, andandolo a cercare nei teatri di mezza Italia. E l’ho sempre amato.
Parafrasando un testo teatrale, quando ho visto Leo la prima volta, ho visto me stesso per la prima volta.
Ho udito una voce chiamare il mio nome.
Ho guardato dentro i miei occhi.

Nessuno è stato come lui. Leo è più grande di Carmelo Bene, più grande anche di Edoardo, perché è stato veramente un artista totale, immenso come attore, autore, regista, pedagogo, intellettuale, poeta, è stato anche musicista, è stato capace di indire l’assemblea permanente dei teatri, una sorta di chiamata alle arti majakovskiana, dove per 9 giorni si studiarono le fondamenta del teatro per preparare nuove leggi e nuove prospettive per il futuro (il teatro attuale, diceva, è una grossolana e volgare fiera delle vanità, delle connivenze, dove prevale un professionismo privo di tensione etica)
E’ stato un esempio per la coerenza, il rigore morale, il coraggio delle scelte radicali, la limpidità del pensiero, la lucidità dell’analisi, paragonabile solo a Pasolini.
Ricorderò per sempre il suo sguardo, il suo sorriso, lo ricorderò nei camerini circondato dai ragazzi, nelle cene dopo spettacolo; ricorderò Leo poeta “cecato”, Leo imperatore della ghisa che diventa Don Chisciotte, Leo Totò che diventa Amleto con una scopa in mano, Leo Lear che diventa Ofelia, Leo Ilse che va incontro ai Giganti, Leo con la mano illuminata di rosso, Leo che cerca di spiegare la trama dell’Amleto ai guitti del teatro spericolato, Leo che recita Dante mentre Steve Lacy suona il sax, Leo che scende dal palchetto della commedia dell’arte, scende dal palco, e recita Molière in platea, Leo che interrompe lo spettacolo perché lui è il regista e gli va così, di fare un intervallo per spiegare al pubblico che il teatro deve essere una reale assemblea democratica.

Teatro popolare significa elevare e non abbassare la forza e l’emozione poetica.

E allora, dopo tutto questo, qualcosa resterà, qualcosa sedimenterà nel cuore di chi lo ha conosciuto, le lampadine – comme so’ bbelle - stanotte resteranno per sempre accese, in compagnie delle parole dei poeti amati.

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio nulla mi resta, se non quella nostalgia


settembre 2008


 
© copyright ateatro 2001, 2010

 
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