ateatro 120.11
Caro Baricco, che ognuno cerchi di fare al meglio il proprio mestiere
In risposta all'intervento sulla "Repubblica"
di Franco D'Ippolito
 

Dopo “Il Sole-24 Ore”, anche sulla prima pagina della “Repubblica” (vedi il Forum di ateatro) si dà spazio allo spettacolo e agli esiti delle scelte di politica finanziaria (e conseguentemente culturale) del governo Berlusconi. Non saprei se come operatori dovremmo esserne in qualche modo contenti (“è un segno di considerazione ed interesse per un settore a cui politica e giornali sono stati spesso indifferenti”) o preoccuparci (“evidentemente siamo proprio alla fine”). Vorrei dire subito che tra l’intervento di Carrubba e quello di Baricco c’è una bella differenza! Del primo ho già scritto (vedi ateatro 4.2.09), del secondo direi subito che mi è parso scritto con grande mestiere letterario, ma con un certo snobismo, buttato lì più per tedio che per volontà di aprire un dibattito sereno e produttivo.
Ma davvero Baricco crede nel mercato come strumento di diffusione della cultura e di sostegno all’innovazione artistica? Davvero crede che fare uno spettacolo sia come pubblicare un libro? Ho la sensazione che quando scrive ciò cerchi solo conferme a una tesi che non sta in piedi. In tutto il mondo democratico, Stati Uniti compresi, lo spettacolo dal vivo è finanziato con interventi pubblici, diretti (Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Germania, solo per restare in Europa) o indiretti (defiscalizzazioni ed esenzioni fiscali come negli USA), e non c’è bisogno di scomodare gli economisti della cultura (da Baumol a Colbert e continuando) per spiegarne le ragioni. Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Adelphi (citati da Baricco) fanno certamente cultura e business, ma come si fa a far credere che potrebbero ugualmente fare entrambe le cose producendo spettacolo? Se non lo hanno mai fatto, pur essendo grandi produttori di cultura, una ragione ci sarà. Ed è semplice: pubblicare un libro comporta un investimento iniziale (tipografia, grafico, autore, altro), poi il libro lo si distribuisce a costo praticamente zero (permettetemi la semplificazione) e da quel momento se lo si vende si passa a ricavarne denaro: se il libro va bene e vende tanto, dopo aver ripagato l’investimento iniziale, produce profitto. Lo spettacolo dal vivo no, perché dopo l’investimento iniziale (scene, costumi, regia, attori, tecnici), allorquando lo si distribuisce, i costi continuano a pesare sul produttore (attori, tecnici, viaggi, trasporti, altro) e il ricavato dalla vendita a un teatro o dal botteghino se va bene ripaga parte dei costi di distribuzione, ma mai riesce a ripagare i cosiddetti costi di allestimento, figuriamoci a produrre profitto.
Ecco la differenza, ecco perché senza finanziamenti pubblici (diretti o indiretti) nessuno produrrebbe spettacolo. O meglio, si produrrebbero solo spettacoli con un alto indice di commercializzazione, solo quelli, e al diavolo tutte le tesi di democratizzazione della cultura. Perché il problema, per le politiche culturali di un paese civile, è quello di consentire alla più larga fascia di cittadini di accedere all’esperienza teatrale, della danza, della lirica, musicale, in una parola di poter pagare un prezzo del biglietto ben diverso da quello praticato per certi one man show. E la differenza fra un biglietto che copra i costi di produzione e di distribuzione di uno spettacolo e un prezzo “sociale” della cultura non può che sobbarcarsela la fiscalità generale.
Certo i criteri, le modalità e soprattutto i controlli sono tutti da ripensare, quelli attuali (mi riferisco soprattutto alla normativa ministeriale) non funzionano più e guardano più al passato che al presente e al futuro, ma da questo a scrivere che il FUS va azzerato (in effetti ci siamo vicini, caro Baricco) e quelle risorse trasferite alla televisione e alla scuola ce ne passa! Siamo certi poi che finanziando con i fondi dello spettacolo l’educazione allo spettacolo nelle scuole, poi non ci troveremo ad aver formato nuovi spettatori ma non avremo più spettacoli da proporgli (a parte quelli commerciali che già hanno)? Rifiuto categoricamente l’ipotesi di finanziare l’educazione musicale e teatrale nella scuola togliendo risorse alle attività musicali e teatrali, lasciando così la percentuale del bilancio statale per la cultura in Italia fra le più basse del mondo.
Che ognuno cerchi di fare al meglio il proprio mestiere, per favore.


 
© copyright ateatro 2001, 2010

 
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