ateatro 70.72
Le recensioni di "ateatro": 1968
Progetto e regia di Serena Sinigaglia
di Oliviero Ponte di Pino
 

Tra gli anni che nella storia recente hanno segnato una svolta epocale, il 1968 merita senz’altro un posto d’onore. E’ l’anno della ribellione generalizzata e della scoperta della libertà, del tramonto (che pareva definitivo) delle virtù e dei vizi borghesi, l’alba del consumismo giovanilista. In quella breve stagione le due anime dell’ultima rivolta – quella libertaria, individualista e anarcoide e quella marxista-leninista e gruppettara – non si erano ancora cristallizzate e separate.
In quell’anno a molti sembrava possibile cambiare il mondo (in meglio), e in quell’anno il mondo è molto cambiato, come testimoniano molti degli eventi che hanno punteggiato quei mesi e che tornano nello spettacolo di Serena Sinigaglia intitolato per l’appunto 1968.



Dopo un breve prologo impacciato e vagamente didascalico con la autopresentazione di quattro leader del movimento in altrettanti paesi (Francia, Germania, Usa e Italia), sfilano in una serie di brevi scene le mille liberazioni che esplodevano su vari fronti, dalle università alle fabbriche, dai manicomi ai ghetti neri (con il pugno alzato di Smith e Carlos sul podio olimpico), e poi il maggio parigino, i carri armati a Praga dopo la primavera e l’eccidio sulla piazza delle Due Culture a Città del Messico, la nuova consapevolezza femminile, il rifiuto del dogmatismo bigotto delle chiese, la mobilitazione contro la guerra del Vietnam e naturalmente la trasgressiva trinità di sesso, droga e rock & roll... Insomma, con entusiasmo e allegria, senza schemi ideologici preconcetti, 1968 prova a raccontare tutto quello che avrebbe segnato gli anni successivi, sempre rivisitato con leggerezza e ironia, e sospinto da una colonna sonora live con frammenti di Beatles, Rolling Stones, Dylan, i Doors, Cohen che fa da collante e raccordo, così come un paio d’anni fa la musica latina trascinava la biografia teatralizzata del Che, prima della parentesi più didascalica dello sceneggiato teatrale dedicato a Rosa Luxemburg (anche se rispetto agli altri due tasselli di questa trilogia sulla memoria storica, 1968 è probabilmente il più riuscito: politicamente meno semplicistico dello spettacolo sul Che, e certamente più godibile del flash back sulla Germania d’inizio secolo).



Scena dopo scena, si condividono la curiosità e il divertimento che – nei nostri anni plumbei, mentre il mondo sembra cambiare solo in peggio e riesce perfino difficile immaginarselo, un mondo diverso e migliore – hanno animato il lavoro di Serena Sinigaglia (e della sua drammaturga Paola Ponti) e delle quattro interpreti Beatrice Schiros, Irene Serini, Marcella Serli e Sandra Zoccolan, con il supporto del terzetto di musicisti composto da Massimo Betti, Elvio Longato e Andrea Poli.
Così per un’ora e mezza si respira un po’ di quell’aria utopistica e idealistica che una trentina d’anni fa ha mobilitato milioni di ragazzi in tutti i continenti. Anche se alla fine, in tutta questa esplosione di vitalità e di rivolta, di sete di giustizia e rivendicazioni ugualitarie, di coscienze in espansione e fratellanza, si coglie però un indizio rivelatore. Nella montagna di sedie e banchi che occupano la scena, troneggiano infatti due icone. Sono prevedibilmente i ritratti di Jimi Hendrix e il Che. Morti giovani, e dunque cari agli dei (forse), e tuttavia preda entrambi di una incontenibile spinta autodistruttiva.


1968
Progetto e regia di Serena Sinigaglia
Drammaturgia di Serena Sinigaglia e Paola Ponti
Scenografia di Maria Spazzi
Costumi di Federica Ponissi
A.T.I.R. in collaborazione con Torino Spettacoli
Milano, Teatro Verdi


 
© copyright ateatro 2001, 2010

 
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