ateatro 95.33
Le recensioni di ateatro: Una visita siciliana di Beniamino Joppolo
In scena a Cascina
di Sara Ficocelli
 

La città del teatro di Cascina (Pi), in collaborazione con la Fondazione Teatro Regina Margherita di Racalmuto (Ag), di cui è presidente onorario Andrea Camilleri, presentano Una visita, atto unico di Beniamino Joppolo, ideato e messo in scena da Antonio Alveario e Alessandro Garzella. Con Serena Barone, Celeste Brancato, Antonietta Carbonetti, Maurizio Scotto e Sergio Seminara.



Lo spettacolo rientra nel progetto di rappresentazione dell’intera triade di opere di Joppolo: I carabinieri, Le acque e La visita. Oltre che drammaturgo, il regista è stato pittore, fondatore insieme a Lucio Fontana del movimento artistico dello Spazialismo ed inventore della corrente filosofica dell’Abumanesimo. E’ siciliano, nativo di Patti, poco conosciuto al grande pubblico. La sua scrittura scenica è irregolare, a tratti aspra e violenta e a tratti visionaria. Come accade in questo spettacolo di appena quarantacinque minuti, che lascia lo spettatore solo con i suoi punti interrogativi. Il testo evoca un mondo distante, la Sicilia più criptica e spirituale, legata ai suoi morti e timorosa di essere contaminata dal presente. Alessandro Garzella spiega che hanno deciso di iniziare la trilogia proprio con Una visita perché “è il più vuoto dei suoi testi, nel senso che bisogna riempirlo”. In effetti, i dialoghi surreali non sempre riescono a penetrare e far capire. Restano numerosi spunti interessanti, vedi la scelta di non dare un nome ai personaggi e giocare sul contrasto tra luce e ombra, vecchio e nuovo. Ma alla fine l’inquietudine viene smorzata dall’ironia e, nel complesso, lo spettacolo si presenta grottesco.
La scena di spalanca agli occhi dello spettatore sui toni cupi dell’attesa: un nucleo familiare, padre, madre e figlia, siede impaziente su tre seggiole, fissando il pavimento con occhi sbarrati. Stanno aspettando una coppia di ospiti e, a quanto pare, si tratta di una visita speciale. La ragazza è molto nervosa e ritocca ossessivamente le ultime imperfezioni della tavola imbandita: stoviglie preziose, tovaglie ricamate a mano, fiori freschi e colorati disposti in un vaso di porcellana. Tutto sembra perfetto, eppure i tre familiari, vestiti di nero da capo a piedi, non hanno l’espressione serena. Quando i due ospiti entrano in casa e varcano la soglia camminando a piccoli passi, lo spettatore capisce che c’è qualcosa che non và. Chi sono questi due strani individui, bassi, goffi e dall’aria capricciosa? Sono i fantasmi dell’album di famiglia e conoscono quella casa a menadito. Hanno già fatto visita ai parenti vivi dieci anni prima, facendosi ricordare per pedanteria ed invadenza. Tra danze sguaiate e insinuazioni maliziose, strattonano i familiari da una parte all’altra della stanza, tra foto sbiadite e stoviglie da cambiare, alla ricerca della memoria perduta. Il girotondo frenetico di una trottola, lanciata per terra dalla ragazza, chiude e simboleggia l’intreccio infinito di vita e morte.



Siamo lontani dal teatro di Pirandello, dove i fantasmi che stanno dentro di noi graffiano l’anima di attori e spettatori (perché, in realtà, più che di spiriti si tratta di anime malate, quelle che a Pirandello e Sciascia tanto piaceva raccontare). Siamo lontani anche dai fantasmi di Eduardo De Filippo, che abitano vecchie case che nessun vuol comprare e danno forma a tutte le ossessioni e le fragilità della Napoli in bianco e nero. Il teatro di Joppolo affronta tematiche simili con risultati diversi, turbando senza troppo emozionare.
Bravi gli attori, in particolare Serena Barone nella parte della Signora. Le scene e i costumi di Rosanna Monti rievocano in modo suggestivo l’atmosfera isolata e accogliente di una piccola casa siciliana. Geniale l’idea di far piovere polvere dentro le colonne laterali, quasi si trattasse di cappe di camino rovesciate, e senza dubbio azzeccata la presentazione degli ospiti, vestiti a festa, ma completamente di nero. I capelli della donna, elettrizzati e fermi in due bizzarre ciocche laterali, regalano all’entrata in scena dei due un sicuro richiamo al miglior Tim Burton. Le luci sono di Giuliano De Martini, il suono di Otto Rankerlott: la sinergia d’arte tra i due dà vita ad un finale curioso, dove i fantasmi sbucano da dietro le quinte con in testa una corona di piccole luci. In sottofondo, La musica antica di Nada, che con voce limpida invita a danzare senza pensare più a niente, se non alle proprie radici.


 
© copyright ateatro 2001, 2010

 
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