ateatro 125.19
16/02/2010 
BP2010 Teatri stabili pubblici. Quale modello è ancora possibile?
Dal passato al futuro
di Giovanna Marinelli (*)
 

(*) Direttore Teatro di Roma

Vorrei parlare del passato
Perché? Perché credo sia arrivato il momento non più procrastinabile di riflettere, di fermarci.
Ieri su un quotidiano, in risposta ad un articolo di Furio Colombo che a partire da uno spettacolo teatrale ampliava la sua riflessione ai comportamenti della politica e avanzava l’ipotesi che l’agorà si stesse spostando nei teatri (ma non è successo così sempre dall’ Atene di Aristofane, alla Parigi di Molière all’Italia risorgimentale!). Su questo quotidiano, dicevo,si commentava con non celata soddisfazione e sprezzante ironia che i teatri sono l’ultima ridotta della resistenza, frequentati da pochi eletti che ritengono di doversi opporre alla volontà popolare espressa nelle urne.
Un’affermazione che contiene , se vogliamo,una buona notizia (che il teatro è ancora un luogo di libertà e di non omologazione) e due cattive notizie che il dato del dissenso è assunto come un disvalore e che ci si rallegra per le esigue fila di una minoranza testarda.
Io credo che sia arrivato il momento di preoccuparci come uomini e donne di cultura, come teatranti, come cittadini.
Viviamo troppo velocemente e troppo velocemente tutto diventa passato, un passato senza basi quindi labile , che non può diventare memoria, cioè confronto ,riflessione, studio, in una parola identità. Questo ci rende deboli come cittadini e come uomini di cultura. Occorre recuperare un senso tra passato presente e futuro. Il teatro può giocare un ruolo importante in questa direzione, perché il teatro vive di libera espressione e muore di format patinati e senz’anima, il teatro per vocazione presidia le zone del dissenso di qualunque tipo o colore e perde identità se si omologa. Il teatro per sua natura e origine può contribuire a restituire una memoria e a ricostituire una comunità .
il Teatro Pubblico in particolare ha nella relazione con la memoria e con una comunità la sua ragion d’essere, questo è stato il Teatro Pubblico nei suoi momenti migliori
Servizio pubblico, teatro d’arte per tutti ( le parole fondanti del Teatro Pubblico ) si sono tradotte allora in un impegno democratico di ascolto e di dialogo , in un lavoro di tessitura critica tra una comunità e la sua classe dirigente, intellettuale politica e economica. Il Teatro Pubblico sentiva di dover contribuire alla costruzione e allo sviluppo del senso di appartenenza e di identità dei cittadini - spettatori, alla integrazione delle culture , all’inclusione di categorie svantaggiate e in definitiva al miglioramento della qualità della vita dell’intera comunità di riferimento
L’ autonomia per il Teatro Pubblico, allora, era la conseguenza di una identità forte e soprattutto di un progetto culturale organizzativo economico consapevole e coerente, alla cui difesa provvedevano non solo gli artisti, ma anche gli spettatori
Questo è stato in sintesi il modello primitivo di teatro pubblico, la sua identità storica. Tutte le varianti, gli adeguamenti gli scostamenti sono stati possibili fintanto che non hanno messo in forse la ragione prima e ultima di quel modello artistico/operativo / economico
Hannah Arendt diceva che un po’ di futuro è anche alle nostre spalle

Vorrei parlare del presente
La cultura oggi sembra non essere più un progetto pubblico e civile, che consisteva nell’aspirazione utopica ad una pari opportunità di accesso alle opere dell’ingegno,in una idea di conoscenza intesa come esigenza di giustizia.
Il teatro, nel modo della produzione culturale, è l’arte del presente e proprio per questa sua natura è l’alimento intimo della nostra memoria individuale e collettiva. A lungo per questo ci siamo detti che il teatro è necessario, e quindi sono necessari il teatro pubblico e il sostegno pubblico al teatro
Oggi tutto ciò non è più condiviso, si direbbe che la cultura, il teatro non sono più sentiti come necessari, certamente non dalla classe politica, né da quella intellettuale ( ricordo l’articolo di Baricco di qualche mese fa). E gli spettatori? Indubbiamente dati alla mano , dal mio osservatorio vedo teatri pieni ,una domanda in crescita, affluenze record a occasioni di incontro e approfondimento . Allora forse c’è ancora necessità del Teatro.
Del resto autonomia e identità non hanno cittadinanza, se il teatro non è necessario.
Se il Teatro non è necessario è sufficiente il riscontro economico. Incassi e numeri. Il pubblico cancella lo spettatore, il cliente soddisfatto mortifica lo spettatore consapevole. Diventa inutile parlare di pubblici, di offerta mirata, di formazione e di informazione approfondita, di ricerca di linguaggi.
In questo contesto politico culturale sociale vivono oggi i Teatri Pubblici, un contesto che in generale ne nega la funzione originaria, un contesto che esercita pressioni contrapposte, spesso laceranti: se non fa numeri e non è competitivo è un ramo da tagliare, se nel relazionarsi con il territorio non asseconda il crescente narcisismo dei gruppi amatoriali o dei dirigenti locali non è coerente alle istanze di partecipazione, se i risultati formativi e di sostegno sociale non sono immediati e visibili l’attività è inefficace ,se il pluralismo delle idee e delle culture va oltre l’ affermazione di principio allora è strumento di propaganda politica, se da stabilità ai lavoratori si burocratizza . Come a dire : bene il supermarket dell’offerta, male il confronto delle idee; bene l’attenzione ai giovani artisti, male se escono dal ghetto delle giovani promesse; bene i teatri aperti , meglio se per attività commerciali; bene la flessibilità dei lavoratori, male se chiedono gli stessi diritti di altre categorie. E così via
Oggi direi che il rapporto tra teatro e potere in generale è impostato sull’indifferenza del potere nei confronti del teatro. Sempre meno risorse, sempre più confusi i criteri di assegnazione, sempre meno capacità di ascolto, sempre più ingerenze. E allora il teatro in generale e il Teatro Pubblico in particolare devono considerare come unico azionista di riferimento il proprio pubblico, inteso come interlocutore con cui confrontarsi
Oggi, almeno nella maggior parte dei casi, un Teatro Pubblico può esercitare la sua funzione solo se lavora in profondità e silenziosamente sul piano della formazione del pubblico, se considera come il fare teatro vuol dire fare spettacoli e non solo, è anche creare occasioni iniziative azioni che nella maniera più ampia rendano possibile lo scambio e il dialogo tra il pubblico e gli autori dello spettacolo, mettendo in circolo informazioni emozioni suggestioni storie idee e fatti: un circolo virtuoso, una tela sottile e fragile tra teatro e cittadini, che gli Stabili Pubblici debbono tessere nell’interesse del teatro in generale e per la propria stessa ragion d’essere.
Paul Klee sosteneva che l’arte non riproduce ciò che è visibile , ma rende visibile ciò che non sempre lo è

Vorrei parlare di futuro
Il futuro per gli Stabili Pubblici comincia la dove c’è un rapporto corretto tra teatro e politica, là dove il patto tra il teatro e la sua comunità non viene mediato dalla politica, ma scritto in un progetto la cui unica responsabilità è nelle mani del Teatro Stabile. Un progetto che prende forza da obiettivi chiari. E’ su quel progetto e su quegli obiettivi che la politica deve esprimersi , valutandone la fattibilità economica organizzativa ecc.; una volta approvato starà sempre alla politica valutarne la corretta attuazione e i risultati
Il progetto dovrebbe essere reso pubblico, perché anche i potenziali spettatori possano conoscerlo, condividerlo, verificarne gli esiti e difenderlo, ove occorra
Avere un progetto di governo per un Teatro Stabile vuol dire autonomia e identità.
Dell’autonomia abbiamo già detto, resta da dire dell’identità che non può poggiare su radicalismi o narcisismi, ma su una forte relazione con il territorio sia sotto forma di partenariati sia sotto forma di accessibilità dell’offerta e di pari opportunità. Un teatro pubblico deve essere fonte di dinamismo e di solidarietà rispetto al proprio territorio.
Identità vuol dire anche equilibrio : tra tradizione e innovazione, tra valorizzazione delle risorse locali e confronto con la produzione nazionale e internazionale, tra individualità e diversificazione delle pratiche artistiche. Una identità forte non ha paura di aprirsi a visioni diverse, di essere plurale.
C’è infine un punto che finora non ho toccato ed è il tema della relazione tra artisti ed istituzioni, il legame morale tra gli artisti e le istituzioni si è deteriorato in questi ultimi anni, in particolare presso le nuove generazioni. Un problema serio che se non verrà affrontato adeguatamente rischia di compromettere ogni rinnovamento tra diffidenze e pregiudizi reciproci. Le istituzioni ,e tra queste includo gli Stabili, sono spesso presbiti, ma gli artisti,i giovani artisti sono spesso miopi. La parola magica in questo caso è umiltà: un’identità matura è quella che sa arrotondare i propri spigoli, che sa riconoscere la qualità e valutare correttamente le opzioni in campo, che sa evitare rigidezze gestionali,ma anche gli sterili atteggiamenti rivendicativi. Insomma, ci vuole un atto di coraggio, occorre mettersi in gioco per far ripartire il dialogo
Se dovessi sintetizzare in cinque sostantivi quanto ho detto fin qui a proposito di un modello possibile di Teatro Stabile Pubblico mi rifarei alle “lezioni americane “di Calvino:
leggerezza, cioè flessibilità e snellezza nelle modalità di funzionamento
rapidità,quale condizione essenziale per muoversi in un ambiente competitivo e in evoluzione
esattezza, come coerenza e puntualità di obiettivi e di competenze, ma anche di relazioni
visibilità, quale strumento per affermare identità e missione
molteplicità, come capacità di ascolto e di valorizzazione di idee ed energie

“La verità è nella fragilità e nell’instabilità, nelle nuvole piuttosto che nella terra,nella schiuma piuttosto che nell’acqua.”


 
© copyright ateatro 2001, 2010

 
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