ateatro 75.14
03/11/2004 
Dal teatro alla rete al libro
Il teatro di Robert Lepage: un percorso di ricerca
di Anna Maria Monteverdi
 

Ripensando alla lunga storia di riscritture de Il teatro di Robert Lepage – una storia durata tre anni – il primo pensiero, licenziandolo per gli amici della casa editrice BFS, è stato che in qualche modo avevo riprodotto inconsapevolmente quell'idea che tanto mi aveva affascinato del teatro di Robert Lepage, dell'impossibilità per l'artista, per l'autore, di definire una "fine" all'opera – considerato le numerosissime versioni dei suoi spettacoli, rinnovate anche a distanza di anni. Questa storia della "ghigliottina della prima", della scrittura testuale che arriva alla fine cioè "alla morte dello spettacolo", della creazione interminabile e dell'atto creativo come eterno "non finito", come un "viaggio interminabile di cui non si conosce la destinazione" di cui mi aveva parlato Lepage non solo mi aveva offerto temi e spunti ricchissimi da raccogliere e sviluppare, ma faceva sì che io stessa mi cimentassi in una scrittura che si dava, col passare del tempo, necessariamente come qualcosa di "provvisorio" e non solo per l'abbondanza delle produzioni di Lepage! Mi ero votata all'idea che il mio libro sarebbe stato sempre e comunque un canovaccio su cui riscrivere (io o altri) nuovi pensieri. Quando mi sono resa conto dell'importanza di questo tema del processo anche per la scrittura critica conseguenza diretta della sua idea di teatro, ho capito che solo la grande rete mondiale mi avrebbe aiutato a penetrare gradualmente nei segreti dell'arte di Lepage, offrendo di volta in volta nuove versioni della mia interpretazione dell'opera, alla luce di nuovi spettacoli (o varianti di esso), pensieri, fonti. E così ho iniziato a gettare nel mare del web e senza troppi scrupoli di esattezza "scientifica", testi e saggi in forma di "messaggi nella bottiglia", mettendo insieme i pezzi del puzzle del suo teatro, quel puzzle di Tectonic Plates... Consapevole che questi "appunti" non sarebbero mai stati la mia "scrittura definitiva".



Anna Maria Monteverdi & Robert Lepage.

Dopo aver visto La face cachée de la lune nel 2000 (in seguito alla visione di altri spettacoli di Lepage anche in versione italiana) ho cominciato più seriamente il mio viaggio di scrittura in rete che solo negli ultimi anni si è – e solo in parte – assestato. Ho "usato" ateatro come finestra, barca, zattera dove gettare ponti, liane, pensieri, e a volte la webzine rappresentava niente più che un approdo momentaneo. Consapevole di poter essere così "usata" da altri per nuovi tronconi di viaggio, altri atterraggi così come a mia volta mi sono attaccata ad altre cime – che si chiamavano Béatrice Picon-Vallin o Irène Perelli-Contos. Altre volte erano funi che non sapevo, agganciandomi, dove mi avrebbero portato. Oliviero Ponte di Pino ha letto dieci, forse di più, versioni di questo "cantiere-libro"e non poteva che essere lui a scrivermi la prefazione, testimone della mia ostinazione critica ma soprattuttto testimone oculare della Trilogie des dragons! E poi amici, studiosi e critici di teatro e di video, che mi sollecitavano a completare il quadro della drammaturgia, della fortuna critica, e persino della questione canadese. Franco Bertolucci della biblioteca di storia contemporanea "Franco Serantini" di Pisa mi regala Negri bianchi d'America, il libro-manifesto dei franco-separatisti del Québec. Ha ragione lui, non potevo non citarlo...Ho raccolto tutto e ho riordinato le idee. Per anni.
In cammino verso Amleto di Fernando Mastropasqua è stato comunque il mio libro-guida, il mio libro-faro. Che non parla di Lepage ma di Shakespeare e di Craig. Prefigurando Lepage, forse proprio nel disegno di copertina di Craig da Scena: uomini che scalano una piramide – la montagna del teatro. Così la mia prima zattera di navigazione è stata Craig. Credo che La faccia nascosta della luna ed Elsinore abbiano molte parentele-legami con i famosi screen e per molto tempo ho cercato di capire attraverso chi e cosa (forse Svoboda?) Craig poteva essere direttamente o indirettamente "precipitato" in Lepage. Mi sono sentita ridicola ad Annecy a chiederglielo. E non ebbi da lui nessuna rivelazione! Borges diceva che "Ogni artista crea il suo predecessore": in fondo la cultura, l'arte, la storia, passa nell'opera... In qualche misura forse vedevo in Lepage quell'artista così grande perché stava realizzando a pieno, attraverso le tecnologie multimediali, l'utopia craghiana di attore e scena.
Questi miei pensieri intorno a Lepage e a Craig sono stati pubblicati progressivamente su ateatro (dal numero 6) e poi in seguito su antologie (Digital performance). All'epoca difendevo un'impostazione critica che voleva confrontare, notandone le similitudini, una rivoluzionaria idea di teatro (cioè non solo di una messa in scena) con un'altra altrettanto dirompente che utilizzava anche la tecnologia. Ho evitato accuratamente la fastidiosa preoccupazione di dover a tutti i costi giustificare l'uso della tecnologia in Lepage per farla accettare agli occhi di umanisti retrogradi, visto che il regista e interprete canadese usa in maniera evidente la scena nel suo complesso (cioè, non solo il video), attraverso il movimento e la luce, come doppio del personaggio nel suo cammino di esplorazione/trasformazione esteriore ed interiore: una doppia metamorfosi è in atto in teatro, ma forse anche tripla, o quadrupla o quintupla.....
A libro pubblicato trovo in Internet un articolo Gordon Craig in the multi-media postmodern world: from the Art of the Theatre to Ex Machina – a firma di Christopher Innes edito di recente per una rivista di teatro canadese.
Non so se il famoso studioso inglese autore di un'importantissima monografia su Craig che studiai all'epoca della mia tesi sulle prime regie del regista, abbia letto i miei articoli sul web. Mi piacerebbe pensarlo; ma in fondo non è importante se il suo pensiero abbia seguito un'onda (e se quell'onda nel caso, sia la mia) ma che la sua riflessione pur affrontando alcuni temi comuni anche ai miei testi, sia andata in una direzione originalissima che mi spinge, adesso, a libro concluso, a nuove riflessioni.
...Continua


 
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