ateatro 96.4
09/03/2006 
Speciale elezioni 2006: l'onorevole Gabriella Pistone in esclusiva per "Hystrio"-ateatro
I Comunisti Italiani e lo spettacolo dal vivo
di Anna Chiara Altieri e Mimma Gallina
 

Abbiamo chiesto all'On.le Gabriella Pistone, molto attiva nel campo delle politiche culturali e dell'informazione durante la legislatura, di illustrare le posizioni dei Comunisti Italiani. La ringraziamo di aver trovato il tempo per risponderci in modo particolarmete approfondito, franco e partecipato.
Sintizziamo le domande, che seguono la falsariga delle interviste a Vittoria Franco dei DS e di Patrizia Bortolini e Stefania Brai del PRC, nella prima puntata della nostra inchiesta, su ateatro 95.




Devo premettere che ho lasciato il mio partito la scorsa settimana per personale dissenso nei confronti della linea politica. Sono stata per tre anni Responsabile Spettacolo del PdCI e devo dire che non ho mai avuto alcun problema con il mio partito nella definizione delle politiche per lo spettacolo che ho piuttosto adeguato alle esigenze e alle richieste del mondo delle imprese, degli attori, degli autori e degli operatori che non ispirato a premesse ideologiche o a prese di posizione strategiche. Le mie convinzioni restano quelle acquisite sul campo in questo triennio di appassionato lavoro con la gente dello spettacolo per cercare di arginare il disastro nel quale un’assenza totale di capacità governativa lo ha sprofondato.
Sono quindi contenta di poter rispondere alle vostre domande in quanto relatrice di una proposta di legge, di numerose interrogazioni parlamentari, di un question time sui tagli al FUS rivolto al Ministro Buttiglione e di una costante presenza accanto alle associazioni di categoria e ai sindacati di settore: ai quali prometto che la mia futura attività continuerà a farsi carico dei loro problemi e della loro ansia di riforma radicale.


1. LA FUNZIONE DELLA CULTURA

La cultura è sicuramente il segno più forte dell’identità di una nazione e non un esercizio di narcisismo individuale da affidare ai privati. Uno Stato forte e consapevole dei propri doveri di indirizzo non può non collocare la cultura tra le priorità della propria azione di governo: e una politica culturale intelligente ha sempre fatto grande insieme l’arte e lo stato. Ce lo insegnano i secoli di Pericle, di Augusto, di Leone X, di Luigi XIV ma anche quelli di De Gaulle e di Malraux..

2. LA QUESTIONE DELLE RISORSE

Mi sembra ragionevolmente condivisibile l’impostazione contenuta nel programma dell’Unione. Si passa, appunto dopo vent’anni di diminuzione delle risorse reali del Fus, alla presa d’atto che lo Stato deve impegnare più risorse nella cultura. L’impegno a riportare subito il FUS ai livelli del 2001 è una prima misura d’emergenza che vuol dire intanto un aumento immediato tra il 30 e il 40 % dell’attuale stanziamento ministeriale: una boccata d’ossigeno a tutte le imprese italiane se l’Unione arriverà al governo del Paese. E quello di arrivare all’1% del prodotto interno lordo nel corso della legislatura è un’affermazione epocale che ci colloca finalmente, almeno a livello di intenzioni tra le grandi nazioni europee: siamo per il momento allo 0,39 % del Pil, a una percentuale inferiore a quella del Portogallo, e l’1% è quasi tre volte la spesa attuale. Credo che sia ragionevole non cercare a tutti i costi soluzioni massimalistiche che, in una situazione di bilancio da tutti percepita come drammatica, sarebbero semplicemente inascoltate. Mentre la proposta del programma è stata sottoscritta da tutti.

3. LA QUESTIONE LEGISLATIVA:
LO SPETTACOLO E LA BOZZA ROSITANI

La bozza Rositani non è evidentemente un punto di partenza accettabile: è il risultato abborracciato di un assemblaggio tra 7 proposte diverse e non riesce a indicare una scelta vera, una direzione di ricerca, una prospettiva di rinnovamento. Credo che si debba assumere una nuova iniziativa forte, pur prestando attenzione alle proposte delle Regioni: ma lo Stato (e se vogliamo, chiamiamolo pure Repubblica) deve esprimere un indirizzo finalmente unitario. E qui si apre l’altra delicata questione: il tema della legislazione concorrente è definitivamente stato chiarito dalla sentenza 285/2005 della Corte Costituzionale. Lasciatemi ricordare, inoltre, (anche ad alcuni colleghi dell’Unione particolarmente ansiosi) che nel popolo del cinema, del teatro, della danza e della musica pochi argomenti sono impopolari come la suddivisione regionale del FUS, proprio perché loro, che sono i protagonisti del lavoro culturale, lo sentono come una risorsa nazionale non parcellizzabile in rivoli localistici o, peggio, in catalogazioni “di interesse europeo, nazionale o regionale”: lo sentono come lo strumento più forte dell’espressività italiana e vogliono continuare a sentirsi parte di quest’unica identità. Del resto, mi piace pensare che il prossimo referendum sulla riforma federalista dello stato riserverà qualche sorpresa a chi in quest’ultimo decennio ha voluto farsi portavoce di una visione radicalmente antistatalista e anticostituzionale. Aspettiamo quindi con saggezza. E con tutto ciò vorrei riaffermare che il ruolo delle Regioni è importantissimo ed è destinato a diventarlo sempre di più: ma in una misura, appunto, concorrente e non antagonistica.

4. QUALCHE PUNTO CONCRETO

MINISTERO
. Il tema della riorganizzazione del Ministero è stato indicato nella bozza dell’Unione e sarà un problema importante al momento della formazione del nuovo governo. So che Vittoria Franco, al tavolo dei partiti da lei coordinato per il programma di centro sinistra, lo ha più volte dibattuto: ma è un tema complesso che coinvolge i beni culturali, oltre che le attività e non vorrei entrare in una discussione che oltre tutto non mi compete: Vittoria è stata un’ottima coordinatrice per il capitolo cultura mentre a me è toccato il coordinamento della comunicazione e dell’informazione. Ci sono sicuramente interessanti proposte all’orizzonte: soprattutto vedo che, a differenza del passato, importanti leader del centro-sinistra si compiacciono di pensarsi futuri ministri della cultura: è un segnale positivo, quasi “francese”, di attenzione a un tema che riassume una posizione centrale nella vita della società italiana dopo troppi anni dedicati soltanto all’adorazione del feticcio televisivo.

ETI. Nello spazientito mondo dello spettacolo italiano, ogni accenno allo scioglimento dell’ETI provoca unanimi consensi: non c’è stato tentativo di riforma, negli anni, che abbia portato a qualche tangibile risultato. Ma dobbiamo interrogarci con onestà se, nel panorama europeo, l’Italia debba essere l’unico grande paese senza un istituto centrale per la promozione della cultura teatrale italiana nel mondo: e allora in questo senso dobbiamo muoverci per disegnare i confini di una riforma dell’ente che gli faccia assumere una vocazione istituzionale moderna ed efficace.

ARCUS
. Perché non approfittare di uno strumento che può attirare e razionalizzare l’investimento privato in cultura? Il programma dell’Unione affronta il problema di una razionalizzazione della società inventata da Urbani e, giustamente, chiede che venga dotata del regolamento previsto dalla legge attuativa: è indispensabile dare la massima trasparenza alla gestione, è indispensabile superare la logica dei micro interventi che finora sembra prevalere. Ma non abbiamo mai detto no all’investimento privato: abbiamo soltanto condannato un’idea di cultura sottoposta soltanto al criterio di redditività e abbiamo sempre sostenuto che l’apporto privato deve essere aggiuntivo e non sostitutivo di quello pubblico, al quale spettano comunque compiti non delegabili di indirizzo e di tutela. Penso per esempio a finanziare una parte della produzione di spettacolo e cinema con una quota degli introiti delle transazioni pubblicitarie delle emittenti televisive nazionali.

SPOIL SYSTEM
. E’ uno dei peggiori insegnamenti del filo americanismo radicale e mi trovate freddissima al riguardo: in questi anni di devastazione del centro destra spesso la salvezza è venuta dai funzionari e dai dirigenti delle amministrazioni che hanno, insieme ai teatranti, cercato di salvare il salvabile. Anche quando erano di nomina governativa e delle maggioranze di centro destra. Certo, occorrerà cominciare una rivoluzione culturale dei costumi nel teatro italiano: il panorama è umiliato da troppe nomine indecorose, da troppe clientele immobili al potere da troppi anni, da collusioni d’affari di ogni tipo. Ma dobbiamo avere il coraggio di confessare che non è una responsabilità da addebitare solo al centro destra: negli anni è cresciuto un “teatro dei potenti” trasversalmente occupato a garantire soprattutto la sua sopravvivenza, operazione che finora gli è riuscita brillantemente. Ed è proprio contro queste cose che negli ultimi anni mi sono mossa nella denuncia e nella attività parlamentare: aiutata da un’associazione (l’ApTI) che è nata intorno al convegno del 2002 Il teatro italiano: valore e risorsa per l’Europa; oltre quattrocento dei nomi più noti dello spettacolo italiano mi hanno suggerito, in un documento, le linee lungo le quali bisognava muoversi per dare uno scossone alle sclerotizzate membra del teatro nazionale. E sono proposte concrete, che non richiederebbero neppure interventi legislativi di grande portata ma potrebbero utilmente indirizzare i prossimi criteri regolamentari: più risorse e più attenzione pubbliche al teatro, una seria regolamentazione del mercato del lavoro, che preveda le necessarie tutele sociali, lotta all’evasione e all’elusione contributiva, criteri per la moralizzazione nelle nomine dei teatri pubblici (per esempio, con un limite alla durata dei mandati di direzione), promozione della drammaturgia nazionale contemporanea, sovvenzioni al progetto artistico e non soltanto alle imprese, quote di attenzione televisiva alla produzione teatrale e così via. Sono contenta che molte di queste cose siano oggi parte del programma dell’Unione.
Per parlare di questo, insieme a Vittoria Franco e a numerose associazioni ho dato appuntamento al mondo dello spettacolo, ai sindacati di settore, alle forze politiche al Teatro Valle di Roma, martedì 27 marzo alle ore 16,30. Dobbiamo dire a Romano Prodi che lo aiuteremo a vincere ma vogliamo che lui aiuti lo spettacolo italiano a rinascere: e che i buoni propositi del programma dell’Unione dovranno tradursi in concreti atti di governo.


 
© copyright ateatro 2001, 2010

 
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