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ironico-malinconico
(su Pier Vittorio Tondelli)
di Oliviero Ponte di Pino

questo testo è stato originariamente pubblicato sul "manifesto" nel 1992, in occasione dell'uscita del numero speciale della rivista "Panta" dedicato allo scrittore

 

Aveva molti amici, Pier Vittorio Tondelli. Lo ha dimostrato, se ce ne fosse stato bisogno, l'affollata presentazione, giovedì sera al Circolo della Stampa di Milano, del numero speciale che la rivista "Panta" ha dedicato allo scrittore, scomparso prematuramente l'anno scorso. E lo dimostra lo stesso numero di "Panta", a cura di Fulvio Panzeri: più di 370 pagine (a 18.000 lire), affollate di ricordi, testimonianze, giudizi su Tondelli e sui suoi libri, firmate da persone che, per motivi diversi, hanno avuto occasione di conoscere e lavorare con lui, in diversi campi: letteratura e editoria, cinema e teatro... (e, tra le firme che compaiono su "Panta", vanno ricordati anche diversi collaboratori del "manifesto", da Capitta a Landi, da La Porta a Agosti).
C'è, ed è inevitabile, molto di personale nella massa di questi scritti, che non è e non vuole essere una raccolta di saggi critici sui libri di Tondelli (per questo l'attacco a freddo del "Corriere della Sera" contro questo numero di "Panta" è ingiustificato). Cerca piuttosto offrire una serie di punti di vista: affettuosi, spesso parziali o frammentari, ma dai quali è possibile ricostruire anche un ritratto dello scrittore, e dare una valutazione della sua opera e delle sua attività (perché se Tondelli aveva certe caratteristiche del pigro, era certo una pigrizia straordinariamente produttiva, e in mille imprevedibili direzioni).
Per orientarsi in queste schegge, può essere utile identificare due o tre fili rossi che attraversano gli scritti qui raccolti. In primo luogo la caratteristica forse più evidente - più superficialmente evidente - del Tondelli narratore: che appartiene alla generazione affacciatasi all'adolescenza negli anni Settanta, quelli della diffusione dell'eroina e del terrorismo. E a questa generazione - la sua generazione - Tondelli ha voluto dare una voce: i suoi scritti ne riecheggiano linguaggio e emozioni, gusti e atteggiamenti, dubbi e angosce (più che i rari sprazzi di felicità). I romanzi - ma anche gli scritti critici - offrono dunque una testimonianza di valore per così dire "sociologico" su una certa fetta di realtà. Nella loro successione, sia nelle svolte stilistiche sia nella diversità del "generi" esplorati sia negli atteggiamenti di fronte alla realtà e a se stessi dei personaggi, riflettono un percorso, un'evoluzione di amori e di umori che è stata sia personale che collettiva.
Detto questo, va precisato che Tondelli era tutto meno che uno scrittore naif, o piattamente realista. In primo luogo perché è estremamente difficile essere scrittori realisti nell'era della società dello spettacolo e della simulazione, nell'epoca di quel postmoderno al quale Tondelli si è spesso richiamato.
Se non si tratta di una scrittura "realista", definire le sue operazioni "postmoderne" costituirebbe un altro equivoco. Per confutare queste chiavi di lettura, basta ricordare che Tondelli era assai diverso da certi suoi personaggi "tipici", così disperati e così sentimentali (a volte fino al mélo). Era piuttosto - volendo fermarsi a una definizione certamente rozza e semplicistica - ironico e malinconico: e questo può sorprendere chi cerca di leggere le persone attraverso i libri (certamente, nel caso specifico, almeno fino a Camere separate). Qui andrebbe forse aperta una parentesi sulla svolta "religiosa" dell'ultimo Tondelli: che, se non può cambiare quello che lo scrittore aveva fatto fino a quel momento, amplia certamente le possibili letture del suo itinerario biografico e artistico.
A ulteriore conferma del fatto che non è possibile etichettare Tondelli né come realista né come postmoderno, va anche sottolineato il valore con cui investiva il suo "essere scrittore": sintomo certamente di un'ambizione, ma soprattutto di una consapevolezza del ruolo che si riflette nelle diverse stratificazioni della sua opera, tanto nella singola pagina quanto nell'evoluzione dell'autore. Prendere la parola come scrittore, in un periodo in cui l'ha fatto lui, significava infatti un'assunzione di responsabilità nient'affatto scontata, e per molti aspetti rischiosa (in questa prospettiva diventano più comprensibili anche certe sue scelte e certi suoi fallimenti; ma, come sottolinea Oreste Del Buono, sono fallimenti segnati prima di tutto dall'"ambizione, curiosità, orgoglio, coraggio, generosità" di un artista "dolce ma non remissivo"). Va anche ricordato che Tondelli è sempre stato considerato con una certa sufficienza, e senza entusiasmi, dall'establishment letterario.
Infine, anche per capire il tono "eccessivamente appassionato" o benevolo (con il senno di allora e di poi) di certi suoi interventi, bisogna ricordare proprio la straordinaria generosità di un "giovane scrittore" arrivato molto presto al successo (o meglio, a una forma insieme di successo e di autorevolezza). Perché Tondelli ha fatto qualcosa che pochi scrittori hanno il cuore e il coraggio di fare: ha destinato molto del suo tempo, della sua energia e della sua creatività all'opera di altri scrittori, soprattutto più giovani (in particolare, nelle tre antologie "under 25" pubblicate da Transeuropa e nei volumi della collana "Mouse to Mouse"). Ma non solo di scrittori, come confermano le cronache e le recensioni del monumentale Un weekend postmoderno. C'era - è stato spesso notato - un eccesso di generosità, un apprezzamento a volte esagerato: ma bisogna anche ricordare il deserto di quegli anni, la difficoltà di creare canali di comunicazione e scambio e di "costruire un discorso" in grado di resistere di fronte ai meccanismi dell'industria culturale da un lato; e dall'altro a una critica radicale, ma ideologica nel senso deteriore del termine e quindi distruttiva e autoghettizzante. Tondelli si era assunto il compito di difendere queste esperienze di creatività e comunicazione, di promuoverle e diffonderle.
Oggi sono passati dodici anni dall'esordio narrativo di Altri libertini. Se la situazione è sicuramente diversa, non è cambiata abbastanza: tanto è vero che di una figura come quella di Tondelli - anche dei suoi slanci e delle sue ingenuità - si sente la mancanza.

copyright Oliviero Ponte di Pino 1992, 2000
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